I
Ascoltiamo l’aria del mattino chiaro,
le colline che salgono e scendono
aprendosi nelle braccia della storia.
L’indicazione vaga: andate più avanti,
oltre il poggio, ferito da una fila
di cipressi a segnare il tempo passato:
un confine di proprietà, forse una casata.
Dopo una collina si va a scendere
in un viottolo e la casa che cerchiamo è lì,
immobile nel primo sole, ancora
lucentezza di rugiada a dire della notte
l’umidità: ci fermiamo a riva del cortile
che nel disordine conserva l’armonia antica
degli attrezzi, dei carretti logori di pioggia
e qua e là, quasi per caso, un fiore,
una pianta grassa che mostra le sue spine
II
Diciamo del perché siamo lì a un ragazzo
che ci viene incontro protendendo il bastone
che prima mostrava agli animali sparsi
per tutto il cortile- il mio babbo non c’è,
c’è il mio nonno. Dall’altra parte
della casa. Non cammina, sta solo seduto,
e non parla, gli hanno tagliato sotto la gola,
adesso porta un garza - c’è orgoglio
di quel nonno che adesso accudisce,
magari gli porta il vino di nascosto.
III
Solo quando siamo a un passo avvertiamo
l’odore del sigaro toscano, amaro e forte,
non gli farà male- diciamo- e ascoltiamo
che il sigaro lo ha sempre fumato e in tempo di guerra
anche le foglie del noce o le foglie della vite.
Il vecchio, come un papa, è seduto dentro
un seggiolone che ancora conserva tracce
dorate e deve, nelle tribolazioni, aver attraversato
tante vite; ci accoglie con l’occhio di chi
si fida, quasi un sorriso, la piega della bocca
che si stende e s’ingrinza. Forse dice qualcosa
e nel tempo alza un braccio, apre la mano,
gli vediamo il tempo dei lavori dei campi,
le rughe scure come fossi pieni di pantano;
quando s’abbassa, dopo un tempo infinito, il braccio
cola come una barca che si affoga.
-E’ stanco- dice il ragazzo -. Se volete
parlare con il babbo dovete andare in paese:
-lo chiedete al gioco delle bocce o all’osteria.
IV
Tre quattro banchetti colmi di verdure fresche,
ceste di uova, bottiglie di vino, e formaggetta
che ha raggiunto il tempo della maturazione:
odora di terra, di erba, di fatica, d’antico
nelle verdastre ombre della sottile muffa.
Appresso i banchetti l’osteria dove mesce vino
colui ch’è padrone: regge la brocca che
riluce
nella chiarezza che conserva il mattino.
- Il vino migliora il sangue – dice e di rimando
uno che ha raggiunta l’età di matusalemme
- E tiene su… - ma non termina la frase,
interrotto dal padrone: sono di fuori, o babbo.
Chiediamo informazione su chi dobbiamo salutare,
ci viene indicato un uomo tanto comune
che si perderebbe anche solo su una collina.
Quando diciamo il perché di quella visita
sospende la partita di bocce, subito rimpiazzato,
da un compagno. Mostra felicità negli occhi.
- Entriamo. Si beve un vino, uno dolce -.
E come se fosse nel conto il padrone porta una bottiglia
e un cabaret pieno di bicchieri rovesciati.
V
Così siete amici del professore? Sono contento!
Come sta?- noi diciamo che adesso sta bene,
da uno che ha visto la morte in faccia
e se ne innamorato sino a portarla nei sogni,
quasi ogni dormita -. Qui il professore è conosciuto.
Qui ha fatto la guerra, dopo l’otto settembre.
Viveva alla macchia, su, al poggio della Croce.
Gran brava persona. E poi per tanti anni è venuto,
in estate, a riposare. Proprio qui, un posto tranquillo.
Quando tornava a T. gli luccicavano gli occhi,
forse aveva paura a tornare a casa, incontro
a quella brutta malattia che lo sta uccidendo.
E’ sempre venuto, anche con la sua signora,
faceva innamorare tutti con la sua gentilezza.
Una disgrazia – ogni tanto l’uomo si passa
una mano sugli occhi come a volerli nascondere
al nostro sguardo. – E ci ha mandato i saluti.
Non si è dimenticato. Forse ci verrà per
sempre
fra queste colline. Aveva tanti amici, ancora.
In tanti lo ricordano nei discorsi.
Qui sarebbe come uno di noi -.
VI
Forse è un discorso difficile, che in fondo in
fondo
facciamo fatica a comprendere – fra noi e il professore
c’è una distanza di posizione, non completamente
amicizia,
quella che intendiamo noi, ma un rapporto solidale
fra uomini che ancora sanno il rispetto.
E ci commuove sentirne parlare così, in modo
schietto
anche sentire di qualche suo vecchio difetto.
Quando ci saluta chiediamo di pagare il vino,
il padrone dice: gli amici del professore non pagano.
Dovremmo dare noi che ci avete portato i suoi saluti.
Ringraziamo e usciamo e ci abbaglia la luce
fuori dalla porta e ci sentiamo come investiti dalle
voci
dei giocatori che tribolano su un pallino nascosto,
un miracolo bocciarlo – e giù un sacramento
che ricordiamo di aver già sentito da una bocca
quasi antica com’è antica questa terra.
Dietro resta la strada fra le colline, a breve
si vedono i vigneti del chianti, qualche albero di chissà
chi
e ancora più giù la fila dei cipressi
che forse
segnano ancora un confine, la storia di una casata
e adesso segnano una malinconia divorata
da un silenzio che chiude la bocca dello stomaco.
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