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“RITRATTO DI ZUCCHERO FILATO”
Tuela Cardone

La mia faccia è un paesaggio strano: i miei lineamenti hanno le asperità e la ruvidezza della Lucania; sono diversi dai dolci declivi delle colline toscane, del cui olio e grano si è nutrita l’infanzia di mio nonno materno.
Le mie rughe ricordano i tratti di mulattiere attraversate dal padre di mio padre per andare a vendere canestri di gelso nei paesi vicino Potenza.
A questo crocevia di culture che è il mio viso, tutto scorre sotto lo sguardo distratto di due occhi neri e sporgenti, occhi di cicala, spesso frementi dell’inquietudine vagabonda di certe sere di estate percorse con te, mia piccola Sofì, lungo l’Arno in secca, tra ciottoli e zanzare.
All’improvviso una pioggia maleducata e inattesa bagna i solchi del volto scavati da squarci feroci.
Se ci fossi stata tu, bambina vanesia, ti avrei pettinato e messo fiocchi rossi ai riccioli biondi, per portarti fino a Viareggio, a quel mare che spesso in inverno ci accoglieva, con la grata generosità di un anziano signore non più abituato a ricever visite. Era gentile quel vecchio quando, vestito di un azzurro brumoso, ci intratteneva con racconti di storie lontane e ci regalava disegni di sabbia, conchiglie, a volte anche i coriandoli lasciati dalle maschere di Carnevale! Noi lo si ascoltava un po’ distratte e poi, con le tasche piene dei suoi doni, andavamo via, lasciandolo assorto nei suoi segreti.
Ma ora ci sono petali di pesco ad addolcire il tuo sonno e a separarti da me: al tuo posto c’è un un’assenza irremovibile, irrevocabile. Io mi sforzo di non sentirla, di colmarla con altro, ma alla fine del giorno, nonostante gli sforzi quotidiani impiegati ad esistere, l’unica emozione di cui sono capace è il senso di te.
E forse per questo adesso sono felice della pioggia: perché stasera non ho voglia di niente, mi dà fastidio la primavera che non ha rispetto del mio freddo e che mi impone il suo sole. Ho voglia d’inverno, io, di raccoglimento, di dolori covati sotto le coperte, per avvolgermi su me stessa fino a diventare un gomitolo nero, ingarbugliato, di fili di bava e di pianto.
Poi il narratore vorrebbe che una mano gentile, per caso, si impigliasse nel filo più lungo e si accorgesse di me; dita leggere seguirebbero l’intricato percorso; a scatti nervosi avanzerebbero al cuore del groviglio, imprudenti, curiose, impietose, fino a scioglierlo…
Favola impossibile di un dolore reale!
Perché sono mani ruvide quelle che insidiano ogni giorno la mia debolezza, graffiandola con la loro ignoranza; mi toccano, mi indicano, mi spingono, mi trattengono mentre io rimango ammutolita. Mi sembra di essere tornata bambina quando nel cortile della Madonnina del Grappa giocavo a “i bischero ne’ mezzo”, passatempo così chiamato perché chi sta nel mezzo deve stare come uno sciocco, un “bischero” per l’appunto, a ricevere le pallonate dei compagni in cerchio se non riesce a prendere il pallone o almeno a scansarlo.
All’epoca io ero cicciottella e goffa e quindi spesso ero scelta per stare al centro a parare i colpi accaniti di tutti i mocciosi del quartiere, compresa la solita ragazzina incarognita dai propri occhiali a fondo di bottiglia e dall’apparecchio ai denti. Sopraggiungeva, infine, puntuale, una voce fuori campo che echeggiava: “fateci andà’ un altro a i su’ posto, sennò ci sta tutta la sera: è già un quarto d’ora che gli è lì!”.
Ma io, in realtà, da quel cerchio non sono mai uscita: ho continuato a prendere colpi da tutto e da tutti, senza mai conquistare il possesso di palla.
Forse è il tempo di cambiare gioco...
Con rito propiziatorio, stasera voglio truccare le labbra di rosso, per posare due ciliege sul terreno brullo della mia pelle e invitare l’allegria. E farò finta che i miei capelli sottili e vaporosi siano zucchero filato, buono come quello che ti compravo a settembre alla fiera di Empoli, magari anche più gustoso perché, parafrasando la Dickinson, solo conoscendone il bisogno amaro, si sa la dolcezza del nettare.



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