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Cercavo una casa per passare l’estate. Sgusciavo
con cautela per le viuzze del paese con in testa il
mio gran cappello di paglia e attaccavo discorso con
chi mi capitava. Raccoglievo informazioni sul taccuino
che tenevo in tasca, scrivendo gli indirizzi, gli affitti
e le occasioni. Alla fine lasciavo sempre uno dei biglietti
da visita bordati di rosa su cui spiccava il mio nome
straniero. Miss Sarah Crane. L’ho mostrato anche
al gruppetto di uomini in camicia seduti fuori del caffè.
Miss. Vuol dire che non sono sposata, ma forse loro
non lo sanno. Insistono a guardarmi in cagnesco, al
colmo di una spaventosa diffidenza. La ragazza del fornaio
non ha avuto molti riguardi – è per via
dei capelli – ha detto in quell’italiano
tutto sciancato e aperto che è il fiorentino
– poi ha sbattuto molte volte le palpebre ed è
tornata col coltello sul pane, a trinciare fette identiche
una all’altra al colmo di un beato compiacimento.
Miss Sarah Crane ha in effetti capelli di un pallido
lilla, risultato di una tintura fatta in casa vecchia
almeno sei mesi ed abbondantemente slavata. In quell’odore
meraviglioso di pane caldo mi sono vista riflessa nello
specchio di fronte: cappellone di paglia, una nebbia
ricciuta che ne usciva, tre giri di amuleti intorno
al collo e una di quelle sottane a fiori piccolissimi,
così piccoli che sembrano puntini. Calzettoni
ricamati e scarpe nere con la fibbia d’argento.
Ebbene, lo riconosco: sono una vecchia signora stravagante.
Non mi piacciono le donne di qui, così timorose
e previdenti. Vanno a fare la spesa come se fosse la
loro missione quotidiana, le più vecchie con
un fazzoletto annodato in capo e si fermano a parlare
sulle porte, sui gradini, radunandosi in circoli segreti
di odiosi cicalecci. Di pomeriggio per loro si aprono
le porte della chiesa o i cancelli del camposanto, che
è meta di frequenti visite a capo basso, stringendo
tra le braccia una piantina di bocci rossi. L’aria
è tiepida, profumata sulla pelle, io esco dal
bar e comincio a camminare, camminare da sola, fino
all’angolo, la scalinata di pietra sdentata, un
altro caffè, un altro tabernacolo con una Madonna
contenta, ci sono così tanti piccioni da queste
parti, ondeggiano sui cornicioni, sporcano i marciapiedi
e forse anche i vetri delle finestre più alte.
Ricordo soprattutto la leggerezza con cui mi portavo
in giro. Qualche mese prima ero entrata in una libreria
in pieno centro e mi ero messa a sfogliare le pagine
di un libro illustrato. Chiantishire: paradise lost.
Vigneti, cipressi, colline, girasoli, spaventapasseri
ingegnosi. Donne alle prese con canestri di vimini,
grandi immagini di villaggi che dormivano arroccati
su dolci altezze. Campanili fiabeschi che avrebbero
senz’altro riempito le mattinate domenicali. Odore
di bucato – questo lo immaginavo io – odore
di panni tesi alle finestre mischiati a quelli pungenti
delle cantine, del vino versato per terra, dell’urina
di una colonia intera di gatti bianchi e neri. E poi
il sole, quel sole che avevo desiderato ogni mattina
svegliandomi nell’appartamento al numero quindici
di Compton Place, sole negli occhi, acqua solare che
scalda le ossa, una pozza abbacinante in cui immergersi
con tutto il corpo – un piede, poi l’altro,
mi arriva già alle ginocchia, sono salva. Entrare
nel sole come se fosse un liquido astratto, miracoloso.
Cercavo una casa dove passare l’estate.
Sono inglese da quattro generazioni, conservo l’albero
genealogico e lo stemma arcaico della mia famiglia,
un animale prodigioso che posa la zampa destra su una
stella, bevo soprattutto the dall’aroma nostalgico
e vado matta per il pancake spalmato di burro. Quando
sono entrata per la prima volta in questo bar di paese
non c’era un solo occhio che non fosse puntato
su di me. Ho fatto qualche riverenza, ho salutato a
destra e a sinistra e ho ordinato un bicchiere di vino
rosso. Adesso è mia abitudine sorseggiarlo seduta
al tavolino, sul far della sera, all’ombra del
leccio più grande di tutta la vallata. Non mi
dispiace affatto essere lasciata in pace. Solo che questa
gente non ci riuscirà mai. Sono la turista, la
lady scombussolata, una che appare all’improvviso
reggendo un vecchio ombrello in un giorno di sole cocente
e si mette a far domande sgrammaticate a proposito di
alloggi. E poi sono sola. Niente marito, niente figli,
niente cagnolini. Sola in terra straniera. This lovely
Chiantishire.
Il quinto giorno trovai la casa. Fu l’annuncio
appiccicato alla vetrina del macellaio a portarmi fortuna:
ne avevo fatti circolare una decina, uno diverso dall’altro,
scritti a raffica oppure accuratamente ponderati, in
maniera da poter catturare l’attenzione di ogni
passante. Questo era frutto di una sbornia solenne,
seduta al tavolino con la mia bottiglia di rosso. Sarah
Crane – diceva – cerca casa colonica o villa
tipicamente toscana fino a settembre. Sotto avevo aggiunto
calcando fino a bucherellare la pagina – Sarah
Crane può sborsare parecchio. Fu una benedizione.
Vidi il parroco che arrivava sgonnellando giù
per la viuzza salutandomi di lontano con la mano alzata.
Mi raggiunse al tavolino ansimando, trascinando anch’egli
la propria parlata musicale e come soffiata –
“Miss Sara? Ho letto stamani l’annuncio.
Se la vuole seguirmi, l’è qui vicino.”
E così passai per la prima volta quel cancello
miagolante, fui introdotta nella selva di arbusti e
rampicanti del giardino, inspirai l’odore di muffa
e bagnato, vidi la fontana, le statue con le braccia
mozze e la scalinata che portava all’ingresso
di una villa cupa, abbandonata, marcescente. Era un
pezzo della vecchia e umida Inghilterra trapiantato
in terra toscana, con un tavolino di pietra per il thè
del pomeriggio, panchine su cui meditare e cespi di
ortensie che prolificavano a ridosso dei muretti. Immensa
dentro e fuori, rivestita di legno di quercia con un
esercito di porte cigolanti e un’orda di dolci
fantasmi che fluttuavano da una stanza all’altra
cercando riposo. Accettai quel mausoleo pieno di spifferi
senza pensarci due volte. La prima notte, installata
nel baldacchino solenne con addosso due maglioni, mi
veniva da ridere all’idea di poter battere i denti
a giugno inoltrato.
Il sole, il sole. La luce che batte sui colli, l’aria
piena di insetti, il caldo annunciato del mezzogiorno,
quando puoi startene sulla sdraio a occhi chiusi, a
navigare nel riverbero che intanto ti scalda le ossa,
scioglie l’artrosi, i nodi, gli acciacchi, tutte
le unghiate degli anni. Il sole partecipe delle sofferenze,
fatto apposta per mitigarle, sole raggiante, senza peso
né volume, respirato, soave, un fiore sopra l’orecchio
e una sottoveste senza forma, Sarah Crane si abbandona
al sole che ha sempre sognato. E’ la villeggiante
a bagno nel Chiantishire, venuta apposta con il volo
delle undici del mattino per liberarsi dal grigiore
londinese, da un passato di zuppette d’avena e
bicchierini di gin annacquato, venuta per assaggiare
i vini, i formaggi e le pagnotte cotte a legna, arrivata
lì, in piena fiorentinità su un paio di
tacchi ortopedici, stringendo in pugno suoni di fisarmoniche,
orchestrine e balli da piazzetta all’aperto, ecco
la miledi che sogna un’estate diversa, l’estate
di tutta una vita, quella che aspettava fin dall’infanzia.
Chissà quanti avranno riso di me quell’estate.
Non solo perché fu la più fredda e tetra
degli ultimi vent’anni, come continuava a ripetermi
il tabaccaio. Era come se gli ammassi di nuvole non
si stancassero mai di arrivare. Giugno finì con
una pioggia torrenziale e la nebulosità stratificata
si prolungò per molti altri giorni. Arrancavo
fuori dall’ingresso ad ogni sprazzo di luce e
mi sistemavo sulla sdraio davanti alla ninfa con le
braccia mozze. Zanzare e moscerini pullulavano, spesso
mi trovavo la faccia coperta di ragnatele e correvo
a cercare un fazzoletto. Quando tornavo in giardino
il sole era scomparso, oscurato da un nuovo convoglio
da cui avevo l’impressione si liberassero le prime
gocce di pioggia. Zuppa di sudore tornavo dentro e rabbrividivo
alla vista di una schiera di civette imbalsamate che
si materializzavano nel buio pesto dell’atrio,
proprio in faccia a chi entrava. In tutta la casa regnavano
le ombre ed ero costretta ad attraversare i corridoi
reggendo una lampada di ottone, cercando di non rovesciare
cianfrusaglie e statuette.
Era un sollievo uscire a passeggiare. Passavo in rassegna
tutti i negozi del paese, mi fermavo dal tabaccaio,
dal salumiere e dal fornaio, comprando una quantità
di cibo inutile. Al bar bevevo il mio bicchiere solitario
scrutando un cielo che prometteva tempesta. Curioso
che il paese avesse quell’aria deserta. Sulla
piazzetta in cui mi ero figurata il ballo d’agosto,
le bancarelle, i bambini in bicicletta e tutto un mondo
di traffici, di confidenze e lavori all’uncinetto
adesso c’erano soltanto un cane dall’aria
affranta e un sacchetto di plastica portato via dal
vento. Finivo per intristirmi e prendere un bel po’
di freddo, mi alzavo, mi sedevo di nuovo e alla fine
mi avviavo di malumore verso la chiesa che sorge nel
punto più alto di tutto il villaggio. La strada
si avvolge su se stessa, i vicoli si moltiplicano, scalinate
che salgono e scendono, gerani penduli, campanelli a
ridosso di porte da elfo – mi sforzo per catturare
tutto, ogni singolo dettaglio, ci sono piante ben curate
e vari annaffiatoi, c’è una ciabatta abbandonata
con sopra un pesce ma quello che davvero aspetto è
di vedere qualcuno, che so, un bambino che esce a giocare,
una donna alla ringhiera, il trambusto degli ubriaconi,
carpentieri, braccianti, vecchi cialtroni curiosi, ragazzi
che si baciano sulle porte, matrone che sgusciano piselli,
insomma la solita corrente di paese, il solito intralcio,
le solite storie.
Faccio tutta la salita e non incontro anima viva. Io
e la chiesa ci guardiamo scoraggiate: in effetti è
un po’ malconcia, assediata com’è
dall’erba alta, macchiata dalle intemperie e come
scossa: se fosse una creatura vivente direi che è
malata d’asma, direi che ha già avuto l’istinto
premonitore della fine che farà, insieme al campanile
incrostato e alla campana solitaria che tace da cent’anni.
Spingo la porta laterale ma so già di trovarla
chiusa. Busso, chiamo, gorgheggio impavidamente –
voglio entrare – dico – e accendere un lumicino
anch’io, che sono forestiera. Yes, I’m a
stranger. Di quassù la vista è impressionante.
Attraverso l’oceano vegetale e raggiungo il muretto
dove mi siedo a guardare finché la luce me lo
permette. Siamo soltanto io, la chiesa e il Chiantishire.
E’ come un mare dove tutto vola. Lasciatevi andare,
lasciatevi cadere – dico alle vallate di terracotta,
dico alle olive, ai vigneti, alle piste bianche che
salgono fino alle coloniche, la vita si racchiude tutta
in un momento identico a questo. E allora la sento,
questa vecchia signora, Sarah Crane la lunatica, bustino
e sottogonna da bambola, capelli lilla e tacchi ortopedici,
la sento che brucia col suo inutile desiderio di cose
finalmente vive, con la sua ansia di sole, di campagne
sensibili, di gabbie infrante, di terra, di marcio,
di selvatico. Come se fosse un’altra donna e non
io, la vedo affaccendarsi e sfinirsi su un’intenzione
poetica e mi viene da ridere e subito dopo da piangere.
La mia bella estate la butto via. A coda di un bacio,
l’ultimo, il più struggente. Un bacio terrestre,
my paradise lost.
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