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“MY PARADISE LOST”
Federica Depaolis

 

Cercavo una casa per passare l’estate. Sgusciavo con cautela per le viuzze del paese con in testa il mio gran cappello di paglia e attaccavo discorso con chi mi capitava. Raccoglievo informazioni sul taccuino che tenevo in tasca, scrivendo gli indirizzi, gli affitti e le occasioni. Alla fine lasciavo sempre uno dei biglietti da visita bordati di rosa su cui spiccava il mio nome straniero. Miss Sarah Crane. L’ho mostrato anche al gruppetto di uomini in camicia seduti fuori del caffè. Miss. Vuol dire che non sono sposata, ma forse loro non lo sanno. Insistono a guardarmi in cagnesco, al colmo di una spaventosa diffidenza. La ragazza del fornaio non ha avuto molti riguardi – è per via dei capelli – ha detto in quell’italiano tutto sciancato e aperto che è il fiorentino – poi ha sbattuto molte volte le palpebre ed è tornata col coltello sul pane, a trinciare fette identiche una all’altra al colmo di un beato compiacimento. Miss Sarah Crane ha in effetti capelli di un pallido lilla, risultato di una tintura fatta in casa vecchia almeno sei mesi ed abbondantemente slavata. In quell’odore meraviglioso di pane caldo mi sono vista riflessa nello specchio di fronte: cappellone di paglia, una nebbia ricciuta che ne usciva, tre giri di amuleti intorno al collo e una di quelle sottane a fiori piccolissimi, così piccoli che sembrano puntini. Calzettoni ricamati e scarpe nere con la fibbia d’argento. Ebbene, lo riconosco: sono una vecchia signora stravagante. Non mi piacciono le donne di qui, così timorose e previdenti. Vanno a fare la spesa come se fosse la loro missione quotidiana, le più vecchie con un fazzoletto annodato in capo e si fermano a parlare sulle porte, sui gradini, radunandosi in circoli segreti di odiosi cicalecci. Di pomeriggio per loro si aprono le porte della chiesa o i cancelli del camposanto, che è meta di frequenti visite a capo basso, stringendo tra le braccia una piantina di bocci rossi. L’aria è tiepida, profumata sulla pelle, io esco dal bar e comincio a camminare, camminare da sola, fino all’angolo, la scalinata di pietra sdentata, un altro caffè, un altro tabernacolo con una Madonna contenta, ci sono così tanti piccioni da queste parti, ondeggiano sui cornicioni, sporcano i marciapiedi e forse anche i vetri delle finestre più alte. Ricordo soprattutto la leggerezza con cui mi portavo in giro. Qualche mese prima ero entrata in una libreria in pieno centro e mi ero messa a sfogliare le pagine di un libro illustrato. Chiantishire: paradise lost. Vigneti, cipressi, colline, girasoli, spaventapasseri ingegnosi. Donne alle prese con canestri di vimini, grandi immagini di villaggi che dormivano arroccati su dolci altezze. Campanili fiabeschi che avrebbero senz’altro riempito le mattinate domenicali. Odore di bucato – questo lo immaginavo io – odore di panni tesi alle finestre mischiati a quelli pungenti delle cantine, del vino versato per terra, dell’urina di una colonia intera di gatti bianchi e neri. E poi il sole, quel sole che avevo desiderato ogni mattina svegliandomi nell’appartamento al numero quindici di Compton Place, sole negli occhi, acqua solare che scalda le ossa, una pozza abbacinante in cui immergersi con tutto il corpo – un piede, poi l’altro, mi arriva già alle ginocchia, sono salva. Entrare nel sole come se fosse un liquido astratto, miracoloso. Cercavo una casa dove passare l’estate.

Sono inglese da quattro generazioni, conservo l’albero genealogico e lo stemma arcaico della mia famiglia, un animale prodigioso che posa la zampa destra su una stella, bevo soprattutto the dall’aroma nostalgico e vado matta per il pancake spalmato di burro. Quando sono entrata per la prima volta in questo bar di paese non c’era un solo occhio che non fosse puntato su di me. Ho fatto qualche riverenza, ho salutato a destra e a sinistra e ho ordinato un bicchiere di vino rosso. Adesso è mia abitudine sorseggiarlo seduta al tavolino, sul far della sera, all’ombra del leccio più grande di tutta la vallata. Non mi dispiace affatto essere lasciata in pace. Solo che questa gente non ci riuscirà mai. Sono la turista, la lady scombussolata, una che appare all’improvviso reggendo un vecchio ombrello in un giorno di sole cocente e si mette a far domande sgrammaticate a proposito di alloggi. E poi sono sola. Niente marito, niente figli, niente cagnolini. Sola in terra straniera. This lovely Chiantishire.

Il quinto giorno trovai la casa. Fu l’annuncio appiccicato alla vetrina del macellaio a portarmi fortuna: ne avevo fatti circolare una decina, uno diverso dall’altro, scritti a raffica oppure accuratamente ponderati, in maniera da poter catturare l’attenzione di ogni passante. Questo era frutto di una sbornia solenne, seduta al tavolino con la mia bottiglia di rosso. Sarah Crane – diceva – cerca casa colonica o villa tipicamente toscana fino a settembre. Sotto avevo aggiunto calcando fino a bucherellare la pagina – Sarah Crane può sborsare parecchio. Fu una benedizione. Vidi il parroco che arrivava sgonnellando giù per la viuzza salutandomi di lontano con la mano alzata. Mi raggiunse al tavolino ansimando, trascinando anch’egli la propria parlata musicale e come soffiata – “Miss Sara? Ho letto stamani l’annuncio. Se la vuole seguirmi, l’è qui vicino.”
E così passai per la prima volta quel cancello miagolante, fui introdotta nella selva di arbusti e rampicanti del giardino, inspirai l’odore di muffa e bagnato, vidi la fontana, le statue con le braccia mozze e la scalinata che portava all’ingresso di una villa cupa, abbandonata, marcescente. Era un pezzo della vecchia e umida Inghilterra trapiantato in terra toscana, con un tavolino di pietra per il thè del pomeriggio, panchine su cui meditare e cespi di ortensie che prolificavano a ridosso dei muretti. Immensa dentro e fuori, rivestita di legno di quercia con un esercito di porte cigolanti e un’orda di dolci fantasmi che fluttuavano da una stanza all’altra cercando riposo. Accettai quel mausoleo pieno di spifferi senza pensarci due volte. La prima notte, installata nel baldacchino solenne con addosso due maglioni, mi veniva da ridere all’idea di poter battere i denti a giugno inoltrato.

Il sole, il sole. La luce che batte sui colli, l’aria piena di insetti, il caldo annunciato del mezzogiorno, quando puoi startene sulla sdraio a occhi chiusi, a navigare nel riverbero che intanto ti scalda le ossa, scioglie l’artrosi, i nodi, gli acciacchi, tutte le unghiate degli anni. Il sole partecipe delle sofferenze, fatto apposta per mitigarle, sole raggiante, senza peso né volume, respirato, soave, un fiore sopra l’orecchio e una sottoveste senza forma, Sarah Crane si abbandona al sole che ha sempre sognato. E’ la villeggiante a bagno nel Chiantishire, venuta apposta con il volo delle undici del mattino per liberarsi dal grigiore londinese, da un passato di zuppette d’avena e bicchierini di gin annacquato, venuta per assaggiare i vini, i formaggi e le pagnotte cotte a legna, arrivata lì, in piena fiorentinità su un paio di tacchi ortopedici, stringendo in pugno suoni di fisarmoniche, orchestrine e balli da piazzetta all’aperto, ecco la miledi che sogna un’estate diversa, l’estate di tutta una vita, quella che aspettava fin dall’infanzia.
Chissà quanti avranno riso di me quell’estate. Non solo perché fu la più fredda e tetra degli ultimi vent’anni, come continuava a ripetermi il tabaccaio. Era come se gli ammassi di nuvole non si stancassero mai di arrivare. Giugno finì con una pioggia torrenziale e la nebulosità stratificata si prolungò per molti altri giorni. Arrancavo fuori dall’ingresso ad ogni sprazzo di luce e mi sistemavo sulla sdraio davanti alla ninfa con le braccia mozze. Zanzare e moscerini pullulavano, spesso mi trovavo la faccia coperta di ragnatele e correvo a cercare un fazzoletto. Quando tornavo in giardino il sole era scomparso, oscurato da un nuovo convoglio da cui avevo l’impressione si liberassero le prime gocce di pioggia. Zuppa di sudore tornavo dentro e rabbrividivo alla vista di una schiera di civette imbalsamate che si materializzavano nel buio pesto dell’atrio, proprio in faccia a chi entrava. In tutta la casa regnavano le ombre ed ero costretta ad attraversare i corridoi reggendo una lampada di ottone, cercando di non rovesciare cianfrusaglie e statuette.
Era un sollievo uscire a passeggiare. Passavo in rassegna tutti i negozi del paese, mi fermavo dal tabaccaio, dal salumiere e dal fornaio, comprando una quantità di cibo inutile. Al bar bevevo il mio bicchiere solitario scrutando un cielo che prometteva tempesta. Curioso che il paese avesse quell’aria deserta. Sulla piazzetta in cui mi ero figurata il ballo d’agosto, le bancarelle, i bambini in bicicletta e tutto un mondo di traffici, di confidenze e lavori all’uncinetto adesso c’erano soltanto un cane dall’aria affranta e un sacchetto di plastica portato via dal vento. Finivo per intristirmi e prendere un bel po’ di freddo, mi alzavo, mi sedevo di nuovo e alla fine mi avviavo di malumore verso la chiesa che sorge nel punto più alto di tutto il villaggio. La strada si avvolge su se stessa, i vicoli si moltiplicano, scalinate che salgono e scendono, gerani penduli, campanelli a ridosso di porte da elfo – mi sforzo per catturare tutto, ogni singolo dettaglio, ci sono piante ben curate e vari annaffiatoi, c’è una ciabatta abbandonata con sopra un pesce ma quello che davvero aspetto è di vedere qualcuno, che so, un bambino che esce a giocare, una donna alla ringhiera, il trambusto degli ubriaconi, carpentieri, braccianti, vecchi cialtroni curiosi, ragazzi che si baciano sulle porte, matrone che sgusciano piselli, insomma la solita corrente di paese, il solito intralcio, le solite storie.
Faccio tutta la salita e non incontro anima viva. Io e la chiesa ci guardiamo scoraggiate: in effetti è un po’ malconcia, assediata com’è dall’erba alta, macchiata dalle intemperie e come scossa: se fosse una creatura vivente direi che è malata d’asma, direi che ha già avuto l’istinto premonitore della fine che farà, insieme al campanile incrostato e alla campana solitaria che tace da cent’anni. Spingo la porta laterale ma so già di trovarla chiusa. Busso, chiamo, gorgheggio impavidamente – voglio entrare – dico – e accendere un lumicino anch’io, che sono forestiera. Yes, I’m a stranger. Di quassù la vista è impressionante. Attraverso l’oceano vegetale e raggiungo il muretto dove mi siedo a guardare finché la luce me lo permette. Siamo soltanto io, la chiesa e il Chiantishire. E’ come un mare dove tutto vola. Lasciatevi andare, lasciatevi cadere – dico alle vallate di terracotta, dico alle olive, ai vigneti, alle piste bianche che salgono fino alle coloniche, la vita si racchiude tutta in un momento identico a questo. E allora la sento, questa vecchia signora, Sarah Crane la lunatica, bustino e sottogonna da bambola, capelli lilla e tacchi ortopedici, la sento che brucia col suo inutile desiderio di cose finalmente vive, con la sua ansia di sole, di campagne sensibili, di gabbie infrante, di terra, di marcio, di selvatico. Come se fosse un’altra donna e non io, la vedo affaccendarsi e sfinirsi su un’intenzione poetica e mi viene da ridere e subito dopo da piangere. La mia bella estate la butto via. A coda di un bacio, l’ultimo, il più struggente. Un bacio terrestre, my paradise lost.




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