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“ Speriamo venga a piovere!”
Il calore è troppo molesto per l’ometto
rubicondo che vende libri e cartoline, ma la pioggia
auspicata pare addensarsi, malevola, in nubi grevi,
lasciando noi soffocati dall’aria tremolante.
Il respiro del lago è corto: si direbbe che la
pensi così anche il Maestro, col suo bravo cappello
ed il bavero di bronzo rialzato.
I battellucci stanno lì in attesa, ed una donna
dalla permanente sfatta siede laggiù, a sventagliarsi.
Soltanto ora mi accorgo che c’è un gran
silenzio. Le undici di mattina, agosto, giorno feriale.
Sono tornata a Torre del Lago; non saprei spiegarvene
bene la ragione, comunque ho deciso che sarei fuggita
qui… fuggita, solo un poco allontanata, ho preso
un autobus e sono scesa al capolinea.
Non pare nulla, davvero.
Davanti al cancello della villa, tedeschi, un gruppetto,
aspettano pazientemente di poter entrare. Anch’io
credo di sentirmi come chi attende, senza sapere cosa.
Il temporale?
A quest’ora, al Forte, gli altri saranno assai
presi tra ardimentosi costumi da bagno e strenue pianificazioni
d’aperitivi.
Chissà se si chiedono…il mio telefonino
è finalmente spento.
Entrerò nella casa, ma dopo. Ricordo bene la
nostalgia maliosa che mi fece convincere, ragazzina,
di respirare un luogo in qualche segreto modo familiare,
mentre un signore milanese esclamava entusiasmo alla
vista dei cimeli. Potrei reinventare un conciliante
mito delle origini, sognare un mio talento fondante.
Che c’entro? Con gli amori da melodramma, le malinconie
e gli assaggi rustici del lago, i ciuffi paludosi, la
luce spessa?
Ieri sera non sapevo che sarei venuta qua.
Contavo a ritroso. Da cento, per tre. Dita strette strette,
da far male, le punte luccicanti dei sandali forse decise
a configgersi nel pavimento.
Mi hanno detto che se concentro ogni attenzione sui
numeri, su un calcolo poco intuitivo, distolgo la mente
dall’ansia.
Il cuore come rimbombo vergognoso, come uno sbrummare
volgare che coprirà le chiacchiere odorose d’ottima
colonia, nel sottofondo vellutato del pianista.
Tante queste vetrate, belle, senza scampo. Dov’è
la porta?
Credevo che sarebbero franati su di me sguardi schiaccianti
di riprovazione, invece nessuno nota la suprema inadeguatezza
dell’aria che mi manca.
Ecco, può essere una frase accettabile: “
Vado a prendere un po’ d’aria”, come
se fosse facile procurarmela.
Esco, sola, la piazzetta è intera vertigine buia.
Dentro, non si è smossa la cordialità
delle poltroncine di vimini; tendaggi e cocktail pastello.
Lo chiamano panico, dovrei ricordarmi che non corro
alcun evidente pericolo. C’è una panchina
di pietra, mi aggrappo al suo freddo quieto.
Il mare è prossimo all’immaginario, attutito
e scuro dietro siepi e stabilimenti balneari. Le discoteche
si staranno affollando, mentre tra le ville evapora
soltanto il tepore notturno che ho sentito unicamente
fra questi pini, così diverso dall’afa
metropolitana o dalla frescura umida, su in campagna.
Da un balcone, scivola poca musica. Cercar che giova…al
buio non si trova…il volume è stato abbassato,
la quiete non si disturba, quasi fosse ben visibile
un cartello: vietato. Magari si tratta di una banale
trasmissione televisiva, un paio di note ostinate riescono
a farsi percepire. Puccini. Qualche chilometro, e ricordi
di come m’inzuppavo nei romanticismi, nelle cacce
ad amori e musiche rapite.
Ancora, memoria antecedente dell’oleografia scurita,
del sognante infantilismo. La strada innevata, triste,
ma loro non sono soli.
Questa via della Versilia è larga, dritta, come
sbiancata dal sole.
Il mattino è arrivato, oggi, giorno di vacanza
per una che dovrebbe essere adulta e annaspa.
Ho dato un’occhiata ai tavoli perfetti della colazione,
ad una raffinata borsa di paglia poggiata sul divanetto
immacolato.
Esco, diretta alla fermata dell’autobus; un passo
alla volta, non può essere altrimenti. Villini,
alberghi di lusso discreto –è così
che si dice?- il lungomare trionfale e vuoto. Io parto
per Torre del Lago.
Un avviso bilingue mi avverte che l’altra linea
non fa più fermata alla casa di Puccini. Il mio
misero intuito è stato sufficiente per scegliere
il mezzo giusto –il primo che è comparso!-
e soprattutto per non svenire all’idea di un imprevisto.
Non c’è male.
Sfilano le palazzine, le insegne dei bagni. Chissà
com’era con la pineta incontrastata padrona, tanta
sabbia e le bagnanti in braghe a sbuffo, sui pontili
di legno.
Capisco che stiamo arrivando, anche se non rammento
bene questa zona, perché i nomi melodrammatici
sono appiccicati ovunque.
Le case sono basse e chiare, in piazza c’è
un bar svogliato.
Il bus mi ha depositata a qualche decina di metri dal
lago, davanti ad un cancello che nel suo atteggiarsi
a finta rovina non stonerebbe in un parco inglese. Oltrepasso
una trattoria ombrosa, che soffia zaffate unticce da
dietro la tenda a strisce di plastica rosse.
Vedo già il grande spiazzo sull’acqua,
le sue piante tranquille.
Ma, improvvisamente, accanto a me, si spalancano le
porte di un grande deposito buio. Entra la luce tenue,
che le nubi stanno assopendo, e disegna alberi incappucciati
di neve, assurdi nel mischiarsi a fregi rosso ed oro,
da corte orientale.
Scenografie, divenute oggetti interrogativi nella estraneità
di questo mattino velato. Gli scenari si disfano, e
la loro illusione non dura che il tempo di una recita;
gli armamentari di una finzione si affastellano e, dispersi,
non conservano nemmeno la logica fantasiosa per cui
furono inventati. Un po’ come impegnarsi ad apparire
diversi, e nascondere nel buio gli artifici, di volta
in volta, rischiando che nel magazzino finisca anche
la verità, la nostra verità?
Ciò non toglie che davanti ai caffè parigini
debbano scendere fiocchi credibili, e che Turandot non
possa privarsi dei suoi smalti lontani…e che io
abbia voglia di gridare che non mi piacciono le cose
giuste, raccomandabili e alla moda.
Eccomi, da un’ora sono di fronte al lago, e poi
entrerò nella villa. Credo proprio di doverlo
ringraziare, il Maestro.
La statua è così salda, così sicura:
sa di voler guardare l’acqua, magari per costatare
quando verrà il momento per una memorabile battuta
di caccia.
Sono qui, nient’altro che io, non ho paura. L’angoscia
si è fatta nube grossa, che poi si scioglierà,
ed il nodo alla gola annuncia un temporale pronto a
disperderla.
Speriamo venga a piovere. Speriamo.
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