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“AL BUIO NON SI TROVA”
Patrizia Ferrando


“ Speriamo venga a piovere!”
Il calore è troppo molesto per l’ometto rubicondo che vende libri e cartoline, ma la pioggia auspicata pare addensarsi, malevola, in nubi grevi, lasciando noi soffocati dall’aria tremolante.
Il respiro del lago è corto: si direbbe che la pensi così anche il Maestro, col suo bravo cappello ed il bavero di bronzo rialzato.
I battellucci stanno lì in attesa, ed una donna dalla permanente sfatta siede laggiù, a sventagliarsi.
Soltanto ora mi accorgo che c’è un gran silenzio. Le undici di mattina, agosto, giorno feriale.
Sono tornata a Torre del Lago; non saprei spiegarvene bene la ragione, comunque ho deciso che sarei fuggita qui… fuggita, solo un poco allontanata, ho preso un autobus e sono scesa al capolinea.
Non pare nulla, davvero.
Davanti al cancello della villa, tedeschi, un gruppetto, aspettano pazientemente di poter entrare. Anch’io credo di sentirmi come chi attende, senza sapere cosa. Il temporale?
A quest’ora, al Forte, gli altri saranno assai presi tra ardimentosi costumi da bagno e strenue pianificazioni d’aperitivi.
Chissà se si chiedono…il mio telefonino è finalmente spento.
Entrerò nella casa, ma dopo. Ricordo bene la nostalgia maliosa che mi fece convincere, ragazzina, di respirare un luogo in qualche segreto modo familiare, mentre un signore milanese esclamava entusiasmo alla vista dei cimeli. Potrei reinventare un conciliante mito delle origini, sognare un mio talento fondante.
Che c’entro? Con gli amori da melodramma, le malinconie e gli assaggi rustici del lago, i ciuffi paludosi, la luce spessa?

Ieri sera non sapevo che sarei venuta qua.
Contavo a ritroso. Da cento, per tre. Dita strette strette, da far male, le punte luccicanti dei sandali forse decise a configgersi nel pavimento.
Mi hanno detto che se concentro ogni attenzione sui numeri, su un calcolo poco intuitivo, distolgo la mente dall’ansia.
Il cuore come rimbombo vergognoso, come uno sbrummare volgare che coprirà le chiacchiere odorose d’ottima colonia, nel sottofondo vellutato del pianista.
Tante queste vetrate, belle, senza scampo. Dov’è la porta?
Credevo che sarebbero franati su di me sguardi schiaccianti di riprovazione, invece nessuno nota la suprema inadeguatezza dell’aria che mi manca.
Ecco, può essere una frase accettabile: “ Vado a prendere un po’ d’aria”, come se fosse facile procurarmela.
Esco, sola, la piazzetta è intera vertigine buia. Dentro, non si è smossa la cordialità delle poltroncine di vimini; tendaggi e cocktail pastello.
Lo chiamano panico, dovrei ricordarmi che non corro alcun evidente pericolo. C’è una panchina di pietra, mi aggrappo al suo freddo quieto.
Il mare è prossimo all’immaginario, attutito e scuro dietro siepi e stabilimenti balneari. Le discoteche si staranno affollando, mentre tra le ville evapora soltanto il tepore notturno che ho sentito unicamente fra questi pini, così diverso dall’afa metropolitana o dalla frescura umida, su in campagna.
Da un balcone, scivola poca musica. Cercar che giova…al buio non si trova…il volume è stato abbassato, la quiete non si disturba, quasi fosse ben visibile un cartello: vietato. Magari si tratta di una banale trasmissione televisiva, un paio di note ostinate riescono a farsi percepire. Puccini. Qualche chilometro, e ricordi di come m’inzuppavo nei romanticismi, nelle cacce ad amori e musiche rapite.

Ancora, memoria antecedente dell’oleografia scurita, del sognante infantilismo. La strada innevata, triste, ma loro non sono soli.
Questa via della Versilia è larga, dritta, come sbiancata dal sole.
Il mattino è arrivato, oggi, giorno di vacanza per una che dovrebbe essere adulta e annaspa.
Ho dato un’occhiata ai tavoli perfetti della colazione, ad una raffinata borsa di paglia poggiata sul divanetto immacolato.
Esco, diretta alla fermata dell’autobus; un passo alla volta, non può essere altrimenti. Villini, alberghi di lusso discreto –è così che si dice?- il lungomare trionfale e vuoto. Io parto per Torre del Lago.
Un avviso bilingue mi avverte che l’altra linea non fa più fermata alla casa di Puccini. Il mio misero intuito è stato sufficiente per scegliere il mezzo giusto –il primo che è comparso!- e soprattutto per non svenire all’idea di un imprevisto. Non c’è male.
Sfilano le palazzine, le insegne dei bagni. Chissà com’era con la pineta incontrastata padrona, tanta sabbia e le bagnanti in braghe a sbuffo, sui pontili di legno.
Capisco che stiamo arrivando, anche se non rammento bene questa zona, perché i nomi melodrammatici sono appiccicati ovunque.
Le case sono basse e chiare, in piazza c’è un bar svogliato.
Il bus mi ha depositata a qualche decina di metri dal lago, davanti ad un cancello che nel suo atteggiarsi a finta rovina non stonerebbe in un parco inglese. Oltrepasso una trattoria ombrosa, che soffia zaffate unticce da dietro la tenda a strisce di plastica rosse.
Vedo già il grande spiazzo sull’acqua, le sue piante tranquille.
Ma, improvvisamente, accanto a me, si spalancano le porte di un grande deposito buio. Entra la luce tenue, che le nubi stanno assopendo, e disegna alberi incappucciati di neve, assurdi nel mischiarsi a fregi rosso ed oro, da corte orientale.

Scenografie, divenute oggetti interrogativi nella estraneità di questo mattino velato. Gli scenari si disfano, e la loro illusione non dura che il tempo di una recita; gli armamentari di una finzione si affastellano e, dispersi, non conservano nemmeno la logica fantasiosa per cui furono inventati. Un po’ come impegnarsi ad apparire diversi, e nascondere nel buio gli artifici, di volta in volta, rischiando che nel magazzino finisca anche la verità, la nostra verità?
Ciò non toglie che davanti ai caffè parigini debbano scendere fiocchi credibili, e che Turandot non possa privarsi dei suoi smalti lontani…e che io abbia voglia di gridare che non mi piacciono le cose giuste, raccomandabili e alla moda.
Eccomi, da un’ora sono di fronte al lago, e poi entrerò nella villa. Credo proprio di doverlo ringraziare, il Maestro.
La statua è così salda, così sicura: sa di voler guardare l’acqua, magari per costatare quando verrà il momento per una memorabile battuta di caccia.
Sono qui, nient’altro che io, non ho paura. L’angoscia si è fatta nube grossa, che poi si scioglierà, ed il nodo alla gola annuncia un temporale pronto a disperderla.
Speriamo venga a piovere. Speriamo.


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