FABRIZIO PARRINI
I viaggiatori dell'alabastro

(Prologo di un viaggiatore dell’alabastro)

Alle porte di Damasco, a Buenos Aires, a L’Avana
io camminavo con la mia giacca di panno scuro,
preceduto dal suono di un clarino, le tasche gonfie di matite,
di pietruzze colorate sbozzate a scaramazza. Con agata pregiata,
con grilli chiusi nell’ ambra catturavo l’attenzione.
Facevo scivolare sui pavimenti di sequoia palline d’alabastro
che chiamavo ave marie od anime e salivo su casse d’imballaggio,
sui ballatoi come un funambolo, improvvisavo conferenze,
raccomandavo farmaci italiani e parlavo della natura zuccherina,
granulare della mia pietra.
Raccomandavo la qualità del calcedonio che libera i pensieri,
raccontavo di storie di diaspri, buoni per la cura dell’artrosi,
del potere d’incantare l’istrice che ha il cotonino d’Ulignano,
cenerino e fragile e i bardigli benedetti per l’avvenire e per la tosse,
con voce bassa promettevo vasi con scene di ritorni
dalla caccia al capriolo, Amazzoni che a Priamo si mostrano
senza tunica e corazza, lacrimatori che ce n’è sempre
un gran bisogno ai tempi nostri, disfatte in campo greco, massacri,
un Ercole Farnese, Veneri che escono dal bagno senza vergogna e fauni
e sibille ed obelischi d’Alessandria d’Egitto
ed alla fine dei ricevimenti, ogni volta, suonavo la mia fisarmonica minore,
dai finimenti di madreperla.
Le parole diventavano armonie, si addolcivano gli umori
e si firmavano i contratti.
Sono tante le luci che abbiamo acceso
camminando sui sentieri della mia voglia di farmi valere per il mondo.
Dai mendicanti, dagli spiritati, dai domatori d’orsi
abbiamo imparato il mestiere di vendere miraggi.
Siamo seminatori di luce noi viaggiatori dell’alabastro.
Noi siamo quelli che vanno incontro al destino,
sotto i temporali, nella vampa dei deserti che ci fanno
le ossa fragili di vecchi, ossa di gesso che si spezzano,
che ci attraversano la gola e ci tolgono il respiro,
che ci fanno piegare il capo nella tosse e nei rimpianti.

il Veroli

Appena il sole ha acceso di rubino la cresta delle Apuane,
mi sono alzato nel gran vento di tramontana che sale dalla valle
e si va ad imbucare a Porta Marcoli. Ho rialzato il bavero del pastrano
con gli occhi socchiusi per ripararmi da tutto quel fulgore.
Ho cominciato a camminare contro le folate del vento che facevano tremare Volterra.
Avevo indossato una camicia di seta verde, ricamata con piccoli draghi d’oro.
Mi ero vestito come fossi ancora in Manciuria.
Ora che ero tornato a Volterra stentavo a perdere le antiche abitudini.
Un cameriere calvo nel caffè della piazza mi ha servito del pessimo tè
-Ma tu sei il Veroli, quello che è stato in Cina –
Eravamo stati compagni di scuola.
Ci siamo stretti la mano senza calore. Ho provato solo fastidio.
Mi ero sentito scoperto, sorpreso da un passato che mi sembrava di un altro.
_ Ti chiamano ancora Baruffa? – Mi ha detto sperando che io sorridessi.
Non mi ricordavo quel soprannome da ragazzo.
Me l’ero dimenticato perché mi faceva soffrire.
Avevo sognato una Volterra deserta e ventosa in una brevissima notte
alle porte di Katmandu, eccitato per una grande partita d’alabastri
che avevo venduto la sera precedente ad un nobile cinese.
Nell’euforia dei liquori aveva parlato per ore di colonne da lume,
di tripodi alati, di mescirobe con figure di daini. Avevo recitato
l’inizio dell’Orlando furioso illustrando col dito i disegni colorati
sui miei cataloghi che portavo sempre nelle tasche della pelliccia
come la mappa di un tesoro. Era stato un lungo viaggio
attraverso villaggi disabitati, a bocca spalancata per l’altitudine
io, il Baruffa, uno dei tanti viaggiatori dell’alabastro che avevano
lasciato Volterra giurando di tornare. Come un predicatore
a parlare al mondo parlava al mondo della pietra di luce
che illuminava le viscere della terra sotto Castellina.
Poi sulla svolta di Vallebona quel vento come un mare si frangeva
contro le Balze. E’ il vento mio, aspro e profumato di salvia.
Sono ancora ancora giovane nonostante la malaria appena sconfitta
e la mia barba che stava diventando bianca.
Il vento dell’Himalaya e’ più secco, ostile, taglia la gola,
sembrava venire direttamente dal cielo. Al caffè parlo
di città costruite sul ghiaccio, di animali mansueti
che fanno la tana nelle travi dei porti.
Vogliono sapere dei miei commerci,
se si vendono bene le tazze ornate d’ippogrifi
o le lampade con piccole aquile di scaglione.
Io rispondo impaziente. Non mi manca l’oceano,
il suo ritmo imprevisto, l’aria tesa come un arco,
la sua voce di orco. Ho chiesto ancora un po’ della cava di Gesseri,
poi ho pronunciato il nome di una giovane donna e sono stato circondato
da un silenzio imprevisto. Qualcuno ha detto di averla vista al seguito
di una compagnia di attori. Anche lei come me - un girovago,
un inquieto viaggiatore contagioso. Che abbia sempre fortuna.
Nella sua ultima lettera mi chiedeva di descriverle la Muraglia Cinese,
gli animali marini, le foche. Ma io ero al sole rovente di Pechino,
con i miei cataloghi colorati a mano legati alla sella del cavallo.
Forse le avrò raccontato anche un po’ di bugie. Non ricordo.
Lei voleva sapere di una Cina che non c’è.
L’impero celeste, figuriamoci. Disgrazie, tempeste
che si sono accanite sui miei vasi tanto
da doverli riattaccare con il gesso e incendi
a Hong Kong, uno dopo l’altro ed io rimasto in camicia
come un marinaio dopo un naufragio.
Solo i bachi da seta rendono da quelle parti
e oppio ce ne vuole tanto per dimenticare di essere al mondo.
Il mio sogno è un podere a Terenzana a curare
come bimbi malati gli albicocchi.
All’alba sono salito alla sommità del Castello.
Si vedeva il marmo delle Apuane trasparente nell’aria,
dall’altra parte una striscia più azzurra che forse era la Corsica,
ma dal punto più alto di Volterra non si vedeva tutto l’universo
come in certe notti polari che appartengono soltanto agli occhi incantati
dei viaggiatori di professione. In tasca ho un invito del governatore
di Sinkiang che si dice entusiasta di poter rivestire di pietra di luce
il suo grigio palazzo ai margini della foresta.
Allora raccolgo nella mia borsa di cuoio
i cataloghi nuovi, quelli più colorati
con oggetti di recente invenzione, per ogni tipo di sogno,
per ogni sorta di reggia o di giardino. Tra gli oggetti anche
un pavone in bardiglio, alto come un uomo e poi templi
in sette diversi colori che una sola candela trasforma in cristallo
e teste di orsi e di giaguari. Poi scendo via Ricciarelli con in bocca
il nome di lei come una caramella alla menta.
Non si guarisce da questa febbre-. Il vento è sempre
più teso e ostinato ed ora ho proprio voglia di andare
a vedere se nell’acqua del Mar della Cina
c’è solo del fango o magari dell’oro zecchino.

il Tangassi

Mio padre sapeva curare la scabbia
e viaggiava fino allo sfinimento.
Forse per questo sono ancora qui,
alle prese con i ricordi, con i salvacondotti.
Ricordo quando abbassava la luce per leggere
le mappe, quando preparava i bagagli per Mosca
o per Madrid. Non so cosa vendesse,
oltre ai suoi grandi arcangeli in bardiglio,
cosa andasse a cercare, so che sapeva Virgilio
a memoria e sputava sentenze.
Lo rivedo in un’estate lontana, a Giannutri,
tra gli scogli, in ginocchio come a rendere omaggio
al creato, che mi diceva ridendo senza guardarmi
– riempiamoci le tasche di coralli,
fino a bruciarci le dita –
Padre mio, ti prenderesti
il viso tra le mani se tu mi vedessi qui, vecchio
e nervoso, smarrito su questi poggi buoni
per i formichieri, con la faccia smagrita
come avessi la febbre.
Un’anima persa tra filze e pergamene,
con due candele in tasca perché fa buio presto.
Padre mio, mi regaleresti come allora sei ami
da pesca ed un coltello. Poi mi parleresti di Achille
in un greco fantasioso,
del suo modo di affrontare il destino,
dell’insonnia che morde anche gli eroi.
Io ti cerco ancora, Iris, occhi d’acquamarina.
Anche per te sono tornato.
Ti proteggevo dagli sguardi di faina,
dalle grinfie delle beghine
- Ti vedevo arrivare mordendo
una focaccia fino al dirupo,
distratta da tutta questa vertigine.
Io ti dico non morire ancora
dentro di me e quel settembre ritorna.
Ci sfioriamo sotto Porta all’Arco le mani
per non farci scoprire.
Eravamo delle anime lacerate,
ma salde all’evidenza di quel cielo lavorato
con maestria. La tua luce spegneva la sete
fin dove riuscivo a respirare.
-che tu sia maledetto – mi urlasti quando ti dissi
che stavo cercando un imbarco per il Messico.
Lei è ancora qui dove i suoi occhi scintillano
sul dorso di una foglia,
i soli che mi abbiano accolto
e, per pochi giorni, guarito.
Dove sono stato c’è
una Madonna incinta di tre mesi
dipinta su mantello
da nessuna mano umana.
I fedeli la raggiungono in ginocchio
dall’inizio del sagrato della chiesa.
Quel percorso mi chiama.
Con il cuoio alle ginocchia
andrò verso di lei per guarire
da questa malasorte
e se tornerò intorno
alla sua immagine costruirò
la mia vecchiaia soddisfatta.
Ma non so se la Vergine
di Guadalupe vorrà prendersi
cura di un fallito come me.

All’Hotel Nazionale non sanno più chi sono.
Entro dopo tanto tempo come uno straniero
nella stanza 21, guardo il letto di ferro dipinto di nero,
alle pareti la stessa stampa di Parigi.
Qualcuno sopra ha scritto un indirizzo.
Cerco di dormire, ma ti vedo ancora
nel fulgore del primo mattino.
Io avevo sottobraccio i miei cataloghi,
ti aspettavo su una sedia a dondolo dietro il Conservatorio.
Vieni verso di me cantando a bassa voce un’aria di Vivaldi.
Poi mi baci le tempie accaldate dalla febbre,
sei crudele e dolce da svenire.
Ora mi bagno gli occhi che mi bruciano di lacrime
e scendo per la cena senza fretta.
Non c’è più nessuno ad aspettarmi
ed il mio carico per il Messico
è affondato in una tempesta al largo di Cancun.

Una lezione mortale questo silenzio infinito,
questo capriccio di andarmene per sempre
dalla mia città. Tra poco saprò
la qualità del suo veleno, sarà una febbre
o un’unghia staccata con un morso.
La porterò comunque sulla punta della lingua.
Ho pagato il conto dell’albergo, ho offerto ai facchini
una bottiglia d’acquavite. – Aspettate
mi gridano due maestri alabastrai
che hanno bottega
in Vallebona e beviamo
da una tazza polverosa – alla vostra salute –
mi dice quello che chiamano il Bambino.
Come posso spiegare che la luce
non nasce dalla loro pietra o da una fessura
nel firmamento
ma da una stella che davanti a noi cammina.
Allora scendo Porta all’Arco a grandi passi,
vorrei che se ne volasse via questa città.

Una bambina mi vede camminare lento
nel ventaccio, a braccia aperte come un Cristo.
E’ pallida, ha le guance infarinate d’alabastro.
Me ne soffia un po’ in faccia
e ride della mia barba di spettro.
Solo con una bambina posso far parola nella mia città –
sei un attore o un brigante? – mi chiede
-hai le unghie colorate come le donne.
- Il suo sguardo mi morde da vicino.
Ha le labbra viola come un impiccato.
Poi corre via come una stella all’inizio del giorno.
Ha ragione questa bimba, Griso,
hai sembianza di ladro, qui niente è più tuo.
Ero venuto per riprendermi il mio impero di luci
ma nessuno mi riconosce.
Anche Volterra è un’opera fallita.
Voi qui cambiate idea come pulci nel pelo.
Sono stanco dei vostri cieli vuoti.
Stringo con forza nelle tasche i vetri colorati
che pensavo di regalarti, mia Volterra ed è sangue
quello che mi cola dalle dita. Si lecca i baffi il tempo
che mi vede andare a picco
contro il fianco della città che si fa buio.
Il Griso torna a far danni per il mondo.
E’ ora di andare. Mi vesto con le spalle allo specchio.
Non voglio vedere il mio muso di cinghiale nella fioca luce.
La mia stella non la vedrai cadere, vecchia civetta.
Fuori dalle mura poche siepi di rose.
In tasca ho un invito del governatore di Guadalajara.
Mi parla dell’assedio incessante della pioggia,
che mettono in allarme gli uomini e i giaguari.
Raccolgo nella mia borsa di cuoio i cataloghi nuovi,
quelli più colorati per ogni tipo di sogno,
per ogni sorta di reggia o di giardino.
Poi scendo via Ricciarelli a grandi passi.
Vai a farti fottere Volterra., non si guarisce
da questa febbre.
Sono di nuovo giovane e impaziente.
Ora ho solo una gran voglia di andare a vedere
se nel Golfo del Messico ci sono le sirene.

Il Viti

Ecco il grasso Viti, direte,
concittadini ciechi come talpe,
non c’è niente di nuovo.
Siete sempre gli stessi.
Fosse per voi l’alabastro sarebbe
ancora fermo a Pontedera.
Non avete gli occhi per quello che succede
sotto il vostro naso. Non vedete niente.
Nemmeno ora vedete l’elefante che ho legato
al Battistero. Credete che io sia al seguito
di un mago. Credete ancora ai liocorni.
Sono affari. Affari e sogni certo,
ma mischiati al nostro coraggio proverbiale.
Ma che ne sapete voi delle albe di lacrime
nel soffoco bagnato a Singapore,
del gelo delle Ande condiviso coi pinguini,
della felice congiuntura di sciogliere le statue di sale
dei più tirchi compratori delle terra, di abbellire
i palazzi degli imperatori con la nostra
pietra di luce lavorata a Porta Fiorentina.
E’ andata così, credetemi e questo palazzo
ora è mio, chissà quante volte lo avrete
sognato, ora è del Viti el gordo
dal petto vasto come una pianura,
dal barbone rivestito di coriandoli,
attenti io sono davvero l’emiro del Nepal
per investitura del Nawab e questo
gilè è di tigre siberiana guadagnato
per i miei traffici azzardati.
Ora che sono qui il mio cuore
è tranquillo, raccolgo i frammenti
della mia vita, ad uno ad uno
tanto che ne ho le dita sanguinanti,
ma sono tornato e tra poco
aprirò il portone del mio palazzo
per quei pochi amici
che in me hanno creduto sempre.
Regalerò giacche di damasco, inchioderò
alle pareti i segreti delle mie forniture
e danzerò davanti al camino acceso.
Direte uno strano tipo è tornato
in città. Ho noleggiato il Circo Tedesco
che è accampato fuori dalle mura,
voglio fuochi musica e parate
da far tremare la Fortezza,
eccomi sono il Viti, l’ippopotamo
gentile che stava stretto nella botteghe
d’alabastro e che per questo
ha scelto gli spazi smisurati.
Mentre voi vi chiudevi in casa
ad accarezzare gli scaldini
io m’imbarcavo su una baleniera
a New Badford con Abad,
mio compagno e amico fino
a Kingston dove trionfano
le acciughe. Cosa vi siete persi
vi dico, quei tramonti lunghi
come un bacio a Panama,
a Puerto Velo, a Quito poi
mi spacciai per Nunzio pontificio.
bugiardo lo sono sempre stato,
mi conoscete bene tanto che mi guardate
increduli, da diplomatico passai la notte
con le figlie di un prete dissoluto
non posso negare
che la mia vita non è stata di rinuncia,
ma io sono un mercante,
non un missionario. Ho visto
il mondo intero disteso ai miei piedi
dalla sommità delle piramidi
in Egitto, ho visto morire migliaia
di vecchi in India nelle bare d’acqua
di Benares. Non ho distolto
gli occhi dai cadaveri. Ho detto forte
è il Gange che se li porta via,
in una calura che scioglieva
l’alabastro come cera, a contrattare
con il Raja che mi comprò tutta
la mercanzia per esporla alle piogge
torrenziali ed io dicevo ma questa
non è materia da resistere all’acqua
e lui a dirmi che ne avrebbe
comprata ancora, poi mi fece Emiro
senza regni senza terra
ma libero e nobile,
come sono sempre stato,
tornato dalle savane del mondo,
dalle foreste pluviali,
qui ancora con una gamba
rosa dalla scarlattina,
su un elefante bardato d’oro,
con il portamento
di chi ha esagerato nella festa.

(Splendore e caduta di Marcello Inghirami)

Perdonatemi, perché non ho più nulla.
A voi che porterete ancora per il mondo
per la mia vita scellerata
che mi ha ricoperto di debiti e di gloria.
Qui a Firenze resto notti intere a guardare l’Arno,
a seguirne i cento luccichii, le luci, dio mio, le luci, la mia perdizione,
ora che frequento osterie malfamate,
che mi nutro del ringhio dei perdenti.
Come il guscio di una tartaruga divorata dai topi,
sono rimasto, rovesciato e vuoto, io Marcello Inghirami
che ha liberato Volterra dal giogo dei francesi in nome di Ferdinando III,
io che ho preso Cecina e Bibbona in una sola notte
con una resa senza condizioni, io che Livorno mi sono divorato
con una mossa di cavallo e che ho passato Porta a Selci con una fila
di prigionieri legati per i baffi, io qui alle Cascine,
mi concedo un morso di gelato ogni domenica,
mi faccio rivoltare il pastrano e pago uno zingaro che mi racconti
in francese la mia vita. Mi recita le imprese di Marcel Inghiramì
ed io quasi ci credo ancora, mi chiedo come un uomo come me
abbia potuto intossicarsi le vene con i sogni.

A vent’anni nella mia Volterra stavo come un baco
nella seta, ma mi pesava la mia sorte di ragazzo fortunato
in debito con la mia gente.
Signorino mi dicevano, facci la carità,
facci il piacere, quando uscivo con i cani.
Volterra ti restituisco la mia fortuna.
Ho cominciato così con un progetto di una fabbrica,
un disegno che si traccia al lume di una lucerna,
sulla tovaglia apparecchiata
e poi crudeli si diventa, si sciala,
si fa commercio d’anime, si vuol portare luce nella notte.
Ci si libera di tutto ciò che non ha peso,
si nascondono i soprusi, i dispiaceri.
Non potevo addormentarmi tra i lamenti degli affamati.
Non erano lupi ma bambini allevati sui tavoli dei lustratori.
Ho visto vecchi mordere l’erba cavallina
che serve a lucidare l’alabastro.
Ho visto il bardiglio grigio di Mazzolla lasciato alla malora.
I pochi uomini rimasti
vagavano cantando di vendetta, rubavano legna
per le stampelle,
per le stufe, c’era solo neve per cena e more d’agosto,
senza futuro o ricompensa se non quella
di succhiare l’acquavite dalle dita dei padroni.
C’era bisogno di un Don Chisciotte
che si mettesse ad infilzare gli avversari
a dare ordini ed io scelsi il mio Ronzinante in Curzio,
mio fratello
e la mia Dulcinea in Maria che cavalcava come un uomo
e che aprì con me San Dalmazio con un calcio
e il vento cominciò a mulinare la sua lingua
per il convento abbandonato e l’Officina Inghirami
si spalancò come una bibbia per dar lavoro e conforto.
Mi tornavano a mente
i cori di Eschilo, gli eroi che attaccavano in greco,
gli imperatori sul Palatino. Tutto questo
noi l’avremmo innalzato
in materia d’alabastro. Io mi rivedo in buona salute,
spiritato, in perdita, mangio riso cinese
e uova dei miei cortili, ascolto consigli
che non seguo. Assisto i bisognosi come un gesuita,
mi strappo di dosso la malaria come una camicia sporca.
Mi rivedo camminare barcollando come un anacoreta,
digiuno e posseduto. A volte l’albagia pare spezzarmi
e infilo la mano nella solitudine
come nella bocca di una tigre
e giorno dopo giorno mi circondo
di geni e farabutti, di saggi e borsaioli.

Volevo un’officina come un sodalizio di amici.
D’alabastro si doveva morire e di miraggi e imprese.
Questo sognavo io e volli intorno a me il Corneille,
il Desmarais, inarrivabile nel far le mani delle veneri,
il fiammingo Nazard
buono per i cammei e il Castellari e il Van Lindt
che dovevo contendere alle amanti e sento ancora
i suoi brindisi d’epicureo e gli amici
che cominciavano a partire con casse di vasi e mescirobe,
arsi di febbre e di speranza, allupati di tesori e di fortuna,
in direzione Messico, Princeton, Shangai.
Era come seminare lumi per il mondo convinti
che avrebbero attecchito,
in lampi improvvisi, in bagliori lenti e pazienti come brace.
Ora sono del tutto cambiato.
Non metto più la cravatta. Sono povero come un carrettiere.
Non ho nessuna qualità se non questo amore ostinato
che mi fa tenere lunghe lezioni di scultura greca
a due signorine dell’altà società.
Mi chiamano sor Agamennone e ridono
come fossero a teatro.
Ho perso tutto, ma non l’orgoglio della mia officina.
Per lei ho dichiarato guerra ai francesi ed ho scelto l’esilio.
Ma la resa non l’ho firmata mai.

Ora mi scaldo un po’ di minestra
di farro nella cucina della locanda
che mi fa credito e non mi fa mai mancare
un mazzo di candele.
Ora che sale primavera, con i miei occhiali neri
Posso guardare verso il sole. E ancora sogno,
come sempre, come ogni volta nella mia vita.
Mi tremano le labbra
per una bianca farfalla che mi vola ancora dentro al petto
come se fossi trasparente e giovane di nuovo.