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LETIZIA BAROZZI
Canto toscano

Così voglio cantarti, così voglio raccontarti.
Come luci e ombre nell’oscurità della pietra e come lo splendore mattutino nei giardini conchiusi, voglio raccontare i miei passi attraverso la tua terra, intessere i ricordi di anni fino a farne un unico arazzo e scandire il cammino così tracciato nella mia mente come una preghiera.

Dal mattutino al tempo di laudi.
Sotto la piccola città sorge ancora una costruzione antica. Chi si trova a passare in queste zone si avvia senza indugi verso l’ampio trapezio che introduce alla grande cattedrale, in quella piazza voluta da Pio II a sua immagine. Pochi lasciano le mura amiche e la sicura compagnia per allontanarsi, anche di poco, e percorrere una via diversa: muovendo i propri passi giù per il sentiero chiamato via delle Fonti, ci si ritrova di fronte a quella che a prima vista pare poco più che un’abitazione, dal tetto basso e spiovente, non fosse per la grande torre che pare l’avanzo di un antico maniero. Alle prime luci dell’alba, l’arenaria scura della facciata è percorsa da ombre che muovono le ghiere del semplice portale, animando le sirene bicaudate e i serpenti marini dell’architrave, che bisbigliano strane parole all’orecchio degli uomini. Si scorge appena la cariatide colonna della bifora, quasi etrusca, che resta dritta con le mani sui fianchi, segno di una congiunzione insondabile tra epoca ed epoca in quella terra. Pare che sorrida.
Nell’aula oscura, le colonne e l’antico fonte battesimale faticano a staccarsi dall’oscurità. Discendendo le ripide scale che sembrano penetrare nelle viscere della terra, ci si ritrova avvolti nel buio caldo e umido della cripta ed è difficile domare il profondo timore che nasce nell’animo, quello di non poter più liberarsi da quel carcere ipogeo. Ma poi il primo bagliore del giorno penetra dall’unica monofora della cripta, strappa l’oscurità e lacera il buio dell’anima come un annuncio. Le cicale riprendono a cantare.

Laudi.
I raggi del nuovo giorno penetrano come lame lucenti nell’aula della chiesa, tagliando l’oscurità come una stoffa. Il rosone diviene un disco d’oro che, a fissarlo, ferisce la vista.  I santi si stringono attorno al trono della Vergine, nell’eterna sacralità del loro dialogo.
Brilla di quell’oro la pagina liscia del salterio e la luce, danzando sul tetragramma, canta sommessamente “Dixit insipiens in corde suo…”, toccando i bottoni preziosi, i vermigli girali, le foglie di lapislazzulo germogliate dal capolettera. Le dita bianche del vecchio quasi si confondono nel candido contorno della manica, mentre accarezzano la bella cornice in fregio del badalone, non osando toccare la pergamena.
Poco lontano, dalle bianche colonne del cortile, nella splendida villa, lo sguardo si perde in una scatola prospettica di mirabile armonia: un portico a quattro lati, sul lato di fondo tre candidi archi a tutto sesto, due colonne di marmo, una porta d’accesso spalancata su un giardino pensile. Nel giardino, un quadrilatero disegnato da siepi di bosso. Al centro del quadrilatero, una fontana e, nella fontana, una freschissima rosa sospesa sul cristallo dell’acqua. Sul fondo della fontana, il riverbero delle increspature rischiara il marmo al sorgere del sole.

Terza.
È scoppiato il caldo e, con esso, il frinire delle cicale. La veste candida del vecchio ricorda l’abito degli agostiniani che, fino a poco tempo fa, abitavano le mura di Sant’Antimo. Venendo dalle strade tortuose, la sua costruzione appare come un bagliore candido in una conca circondata da alberi
Dalla strada che da Siena va a Volterra ho visto il paesaggio mutare molte volte nel corso dell’anno: nella prima parte dell’autunno si alternava il bruno alla tonalità rossastra delle crete, in estate la terra era bionda, quasi bianca sotto il sole del primo pomeriggio. Poi, d’un tratto, da dietro la morbida curva di un promontorio, appariva la città, ritagliata sull’oro come la figura di una santa sul fondo prezioso di una tavola. Le sue mura erano parte della pietra che le sosteneva. Questa città ha il cuore in dura roccia e ha la corolla d’oro.

Sesta.
Non è mai sterile, l’oscurità, è come un ventre fecondato, tenerissimo rifugio.
Un tempo si imboccava la strada che da Anghiari scendeva a Monterchi per andare in visita alla Madonna del Parto. Non era altro che calce, acqua e pigmento su un muro innalzato da mani umane e nel silenzio del meriggio estivo, da una crepa di quel muro spuntava un grillo minuscolo, proprio sotto il piede dell’angelo.
Poi, d’un tratto, incrociavi i suoi occhi ed ecco, il mistero ti invadeva, a ondate e le lacrime premevano dietro le palpebre, scivolavano sulle ciglia. Non respingere il dolore, parevano dire quegli occhi, quando viene devi essere dolce come questa mano che accarezza il ventre proprio sotto il segno della veste, dove la rotondità del corpo tende la stoffa azzurra. E’ una forza creatrice.
Tornando, storditi, verso Borgo San Sepolcro, pareva che tutte le pietre delle sue abitazioni intonassero “Puer natus est nobis” non con la soavità di una monodia gregoriana ma con la forza di una lauda in volgare.  E sembravano annunciare una morte, non una nascita.

Nona.
Perché tutte le Madonne col Bambino sono così meste, così meditative?
Dall’esterno, il giro d’abside della Pieve di Arezzo era una grande corona adorna, di quelle corone imperiali che si ponevano in capo alle Croci di Nicodemo o si appendevano nelle chiese in segno di omaggio. La Madonna, nell’oscurità di quel tempio, non era vestita di rosso e ammantata di blu: il suo capo era velato da una ricca stoffa a fiorami geometrici, bordata di vermiglio e la sua tunica dall’alto soggolo ripeteva le geometrie cosmatesche del manto. Non era stato un uomo di chiesa a vestirla, ma un ricco mercante di panni che l’aveva omaggiata con la sua merce più rara.
I santi, al suo fianco, indicavano il muto dialogo tra lei e il Figlio, sulle cose presenti e quelle che ancora dovevano accadere e che Maria sembrava voler allontanare.
Sancte Deus, intonavano i contrafforti massicci
Sancte fortis, rispondevano le colonne dal fusto più sottile, intonando a distanza di quarte. Riprendevano insieme, in semplice polifonia, i capitelli, le finestre del clarestorio e dell’abside: Sancte Misericors Salvator amarae morti ne tradas nos.
Si pensa che in quel periodo buio e per molti secoli non fosse riservata alcuna tenerezza ai più piccoli. Molte volte mi sono chiesta come si potesse restare impassibili di fronte ad un simile esempio di amore incondizionato: la Vergine davanti ai miei occhi era davvero una madre, e come tale a lei si doveva guardare perché il suo splendore risiedeva nella sua umiltà.Così l’aveva ritratta Andrea Pisano alla base del Campanile che affianca Santa Maria del Fiore, mentre giocava con il Figlio, facendogli dolcemente il solletico con due dita sotto la gola, mentre dall’alto il rintocco delle campane annunciava che il Giudizio era vicino.

Vespro.
Nuper rosarum flores.
Nella grande Santa Maria del Fiore ogni pietra concertava con tante e così varie voci canore che sembrava che ad ogni contrafforte fosse posta una figura angelica dalle labbra schiuse. Le semplici armonie romaniche della pieve mariana di Arezzo erano mutate nelle complesse strutture dell’imponente macchina architettonica. Un tempo, in Firenze, la dedicazione solenne di una chiesa veniva salutata intonando l’introitus “Terribilis est locus iste”.Per questo Guillaume Dufay, nel giorno della dedicazione di Santa Fiora, offrì una composizione a quattro voci che si innalzavano sul basamento di quell’introitus, come un’architettura costruita su solide fondamenta, e dispose le diverse parti del mottetto secondo precise relazioni matematiche. Quattro, il numero della Vergine Maria, sette, il numero del Tempio di Salomone. Il triplum e il mottetto intonano un testo latino iniziando ciascuna sezione da soli per la durata di

ventotto brevi, prima di unirsi ai due tenori con la melodia liturgica dell’introito per altre ventotto brevi. Ventotto, il numero che si ottiene moltiplicando il quattro e il sette. Così la musica rifletteva il perfetto ordine cosmico, le leggi che governavano l’universo e l’universo stesso, ruotando su se stesso sette volte, quante erano le sue sfere, produceva una musica. Sotto la cupola, elevata in altezza, erta sopra i cieli, fatta senza alcun aiuto di ponti o travi di legname ma solo per ingegno umano, ti sembra di vedere, sospesa, immobile ma in eterno, impercettibile, movimento, l’intera volta celeste.

Compieta.
Tramonto. I cipressi che a Bolgheri alti e schietti...
Quante volte ho cercato di imparare quei versi? Quante volte, tornando nella mia città, mi sono cimentata nell’impresa, nel tentativo di trattenere così un lembo di quel colore di vespro intrappolato tra cipresso e cipresso, la prima ombra notturna tra i rami degli ulivi sulle colline, l’ultimo raggio di sole che attraversa i vetri opachi di San Guido rendendoli di alabastro? Alla fine, ho sempre desistito, per poi pentirmene ad ogni mio ritorno. Mi ci imbatto a tratti, in quei versi, nel ripercorrere le vie del borgo, come delle pietre in cui la mia memoria si trovi ad inciampare.
Fresca è la sera e a te noto il cammino. Sulle mura di Bolgheri illuminata a volte si scorge un brillio di maiolica invetriata, incastonata tra i mattoni. Il borgo, a sera, si accende di molte luci, le botteghe e i negozi gremiti espongono la merce più varia: grandi ceste di ogni genere di pasta, pane profumato dalla crosta bruna, olio, conserve, sacchetti di lavanda per lenzuola, vasellame rustico, grandi piatti di ceramica con profili di donna incorniciati da putti e grifoni affrontati, dipinti a mano.
Le persone si accalcano attorno alle canestre ricolme, si sporgono le une sulle altre per guardarle, mischiando le durezze del tedesco alla favella toscana ch’è sì sciocca.
E’ un momento di gioia profana, umanissima, affondare il cucchiaio di legno in quella zuppa densa e desiderata, mantenuta calda nel tegame di terracotta bruna, pascersi di quel pane ammorbidito dal brodo, ma mai abbastanza, toccare la sua crosta dura con la punta della posata. Godere di una soddisfazione singolare, nel vedere i turisti seduti ai tavoli vicini accontentarsi di portate più ricche ma di cui l’unico elemento toscano era il piatto candido che le conteneva.
Tramonta il giorno dietro le colline e del casolare lontano, tra gli ulivi, non resta che una luce tremula. A notte canteranno i rusignoli. Non è passato molto tempo, poco più di cent’anni: i miei occhi potrebbero essere i suoi, quella luce la fiamma di una lucerna appesa davanti ad una finestra. Chi vive questi luoghi rivive le vite di molti altri che li hanno vissuti e che ora non vivono ma ancora muovono i loro passi per queste terre, e noi con loro. Sette paia di scarpe ho consumate di tutto ferro per te ritrovare e ancora mi tocca ripartire, il sole è affondato tra le onde, ormai, ma domani toccherà di nuovo le cime dei pini marittimi, sospeso sul pacato e azzurro mare.