MARCO VOLPE
Firenze (racconto triste)

E magari morirò di vecchiaia, in un letto bianco d'ospedale o in quello giallo ocra di qualche camera
mia; prego Dio la seconda. Sarà inverno freddo e asciutto, il cielo sereno, lei una semibreve lontana
dentro pentagrammi da suonare adagio. E prego mattina tardi, perché l'ultima notte vorrei dormirla per
intero.
Qui dove scrivo, invece, adesso che scrivo, è inverno denso e rado, cielo bianco lavanderia, fitte al
gomito fratturato due volte, quasi mattina, Firenze. Nell'aria non c'è quell'elettricità in girotondo che
adoro e che adora, ma forse è solo la stagione che è impropria e un po' ingrata: è una questione di
pazienza, e di fortuna.
Mi chiedo, in questo disperato girovagare mattutino, che cosa ci faccio qui, e dov'è che abbiamo
sbagliato se abbiamo sbagliato e di chi è il merito se invece abbiamo fatto tutto giusto. Ma non sono
granché portato per le domande e le risposte.
Piuttosto siedo, sbuccio una banana, ascolto il fiume.
Di tanto amore sparpagliato a casaccio negli anni in cui si è giovani e incazzati e si fuma di nascosto,
non resteranno che pochi ricordi penosi e confusi, frasi sbagliate appiccicate sulla coscienza, maglioni
prestati, cicatrici di brufoli, storie da raccontare reinventandole un po' ogni volta.
Io avevo un ciuffo inutile sul davanti, Sara aveva capelli corti e ricci, e occhi tondi di cui – pare
assurdo – non saprei dire il colore. Balli?, mi domandò la prima volta in cui mi domandò qualcosa. Non
so ballare, risposi, e mi rispose neanch'io. Era una festa in centro, era caldo, era giugno. Quella sera ero
uscito da solo e mi trovavo a passeggiare a vuoto seguendo la musica e l'istinto. Lei era bella senza
essere bionda, e le cose che diceva, in un tipico accento siciliano, sganciate dal contesto. Frasi semplici
e ben costruite che avrebbe potuto pronunciare anche in casa, in treno, o su una spiaggia affollata. Ci
dicemmo i rispettivi nomi propri forse solo un'ora dopo quel ballo improvvisato e sbilenco. Quindi
sedemmo in un bar vicino al Duomo e bevemmo Negroni. Lei un Negroni rosato perché donna, io un
Negroni classico perché uomo.
Ti accompagno a casa?, le chiesi dopo altri tre quarti d'ora brevissimi. Grazie, ma preferisco scappar
via senza lasciare tracce, rispose lei strizzando l'occhio. Che classe, pensai guardandola scomparire.
Mentre tornavo a casa, canticchiavo ad alta voce Ivan Graziani e mi dicevo che le strade di Firenze
hanno un'acustica fantastica.
E invece una settimana più tardi passeggiammo lungo l'Arno, uscendo dalla città, in un pomeriggio
soleggiato e asciutto. Per una decina di minuti rimanemmo muti come due che non si piacciono o
hanno litigato: io a guardare avanti e lei a guardare il fiume. Tutt'intorno, un colore che sapeva di
Provenza e un odore che sembrava di grano. Poi lei balbettò qualcosa di sciocco, tipo che mi voleva
bene come se io fossi un principe libero. E allora io finalmente guardai il fiume, e allora lei finalmente
mi passò un braccio intorno alla vita, e quel po' di sole che c'era andò a infilarsi da qualche parte.
Finimmo a parlare di torte alla crema e di pittura, lei seduta sull'erba e io sdraiato sull'erba come
ragazzini finto-rivoluzionari, l'acqua e la sera davanti, vortici di elettricità nell'aria.
Ma allora stiamo insieme?, chiese lei. Siamo fidanzati, risi io. E a quel punto ci baciammo di un
bacio antico, che sembrava si portasse dentro il rumore del fiume il sapore dell'erba il colore del grano.
Rientrati in città, la portai al cinema a vedere un film di Virzì. Prendemmo un cartone di popcorn, che
tenevo io sulle mie gambe ma mangiammo insieme. Lei rise e sgranocchiò popcorn per tutto il tempo,
mentre io a un certo punto piansi, un po' per commozione e un po' per il gusto di farmi sfottere e
coccolare.
Sara è stata il mio primo amore vero incompiuto. Nel senso che gli altri non erano stati amori, o non
erano stati veri, o erano stati compiuti, o sarebbero venuti dopo.

Tu non mi conosci ma un giorno ti innamorerai di me. Stamattina ho deciso di raccontarti una storia
triste, perché a qualcuno devo pur raccontarla e delle persone che conosco non mi fido più.
Firenze, lo sai, è un imbuto. Tu le tiri contro le tue cose: serate, storie, discorsi, problemi di salute, e
lei le mette in fila, le filtra, le ingoia, facendole scomparire in qualche punto della sua geografia,
plausibilmente nell'Arno. E proprio lungo l'Arno passeggiavamo spesso col Barbarossa, un tipo
irlandese altissimo, intraprendente studente Erasmus. L'avevo conosciuto per caso in Università, mi
aveva avvicinato per chiedermi informazioni sulla mensa. Finì che pranzammo insieme, quella e molte
altre volte in seguito. Lui mi parlava in inglese della Fenomenologia di Hegel e della tesi a cui stava
lavorando; io gli parlavo dei miei esami di letteratura, e un po' anche di Sara, che avevo conosciuto da
pochi mesi e avrebbe dovuto vedere quanto era bella.
È bella davvero, mi disse lui in un orecchio, il pomeriggio in cui li presentai. Eravamo ai piedi di
Ponte Vecchio. Sara, quel giorno, sembrava più inquieta del solito; aveva appena finito una lezione di
laboratorio e portava con sé i suoi disegni: sedemmo su una panchina e ce li mostrò. Molti in matita,
più un paio di acquerelli. Io dissi che erano belli anche se dentro di me li trovavo un po' ingenui. Il
Barbarossa disse che erano bellissimi e che voleva comprarli. Lei li raccolse tutti nelle mani, corse sul
ponte e li scaraventò nell'Arno. Lo fece con una specie di giravolta, in maniera tale che le tavole si
sparpagliassero per bene lungo tutta la superficie del fiume; la corrente fece il resto. Sempre correndo,
tornò da noi, e disse che adesso si sentiva meglio. Quando mi abbracciò, il Barbarossa si voltò dall'altra
parte. Allora io feci per baciarle le labbra ma lei mi porse la guancia sinistra. Poi mi passò una mano
sulla testa e mi scapigliò tutto. Solo allora, il Barbarossa tornò a guardarci.
Mesi più tardi, Sara mi chiamò e disse che voleva parlarmi, che voleva vedermi, che doveva
parlarmi. Era un periodo che non si capiva bene. Lei era meno dolce e temperata che in passato; io ero
preso da diecimila cose di università e di futuro; lei aveva nella testa progetti di ritorno a casa; io la
guardavo le sfioravo i capelli le carezzavo il mento con meno grazia del solito; lei parlava poco.
Andai verso l'appuntamento con la chiara coscienza che qualcosa stava per succedere, con un po' di
paura ma non tanta, con persino un filo di curiosità ed eccitazione. Eravamo tutti e due romantici e
idioti: per questo, scegliemmo lo stesso bar dalle parti del Duomo della prima sera.
Le parole le aveva preparate con cura, a casa, e ci mise quattro minuti per tirarle fuori. Precise,
ordinate, definitive.
Io riuscii solo a replicare tu sei pazza.
Non la guardai nemmeno; non lo so, cosa guardai.
Tremava tutto.
Andai in bagno e vomitai il Negroni.
Mi innamoro ogni tanto, disse. Qualche volta fingo, disse. Per il resto piango.
E più ci penso, più mi sembra un finale crudele e perfetto. Che se solo uno avesse avuto la forza di
raccogliere le sue cose abbassare la testa portarsele a casa. E guardare il fiume e tacere per sempre...
Invece, il giorno dopo e i giorni dopo, buttai giù almeno tre e-mail inutili e ben scritte. Piene di verità
e luoghi comuni. Di coraggio e carta vetrata. Lei rispose breve, confuse le storie, andò fuori tema.
Ci saremmo visti ancora due volte soltanto. La prima mi avrebbe detto che forse era innamorata del
Barbarossa. La seconda che aveva capito che la sua casa era il mare, e non poteva cambiarla con un
fiume, e quindi sarebbe partita due giorni dopo: immagino per la Sicilia.
Lungo la strada del ritorno, avevo freddo e niente lacrime. Sono una persona semplice. Sono un
principe libero. Piango solo al cinema.
Per strada non c'è nessuno, e nell'aria un odore buono di fiume e mattina presto. Io cammino
lentamente lungo l'argine e mi chiedo dov'è che abbiamo sbagliato se abbiamo sbagliato e di chi è il
merito se invece abbiamo fatto tutto giusto. Ripercorro con gli occhi e i pensieri le strade e gli intrecci.

Frasi sottintese, discorsi interi dati per scontati, tutte quelle volte che non sapevo cosa avrebbe fatto il
pomeriggio dopo.
Intorno è una classica mattina d'inverno, cielo torrone duro alle mandorle, Firenze, quasi freddo. Io
ho i soliti doloretti al gomito di quando cambia il tempo, mentre la gente in città tira su il bavero del
cappotto e va al lavoro, mentre Sara in qualche camera del mondo dorme o studia, mentre tu
ovviamente non ci sei. Giro a vuoto senza uno straccio di meta e tutt'intorno passano mezzore. Dal
fruttivendolo sotto casa, ho comprato uscendo un casco di banane e l'ho messo nello zaino. Ogni tanto
mi siedo, ne afferro una e la mangio. Ascolto l'Arno. Ascolto e parlo: è un vero e proprio dialogo. Ogni
tanto gli accenno anche qualche strofa stonata di canzone triste. Lui ogni tanto imita la voce di Sara e
dice frasi misteriose e senza senso, tipo che la vita è imperfetta o che lei è nata da una conchiglia. L'eco
della parola conchiglia rimbalza nella corrente per qualche secondo. Io scrivo un paio di frasi, poi
riprendo a girare, penso a Sara o al bucato da fare, mi siedo, afferro una banana, la mangio. Sono
imbottito di potassio e non avrò crampi per i prossimi trent'anni.
In cui non lo so, se ci vedremo più. Lo dico così come mi riesce e con tutto lo struggimento che può
immaginarsi, però deve ammettere che può darsi. Le vite delle persone sono fili di lana merino o spaghi
colorati come quelli dei braccialetti portafortuna brasiliani. E Sara ed io siamo due fili che viaggiano
troppo distanti e paralleli perché il nodo di una volta e basta possa trasformarsi in un qualche intreccio.
Il Barbarossa, lo chiamiamo così perché ha una fitta barba rossa da filosofo. È partito ieri. Immagino
che ci odiamo l'un l'altro, ma non siamo mai arrivati a dircelo, un po' per ipocrisia, e un po' perché
siamo due tipi razionali e intuiamo che, se lo cose sono andate come sono andate, la colpa non è di
nessuno tra noi due e forse addirittura di nessuno e basta. Mi ha offerto un aperitivo prima della
partenza. Due Negroni sbagliati, di quelli che gli ho insegnato a ordinare in uno dei suoi primi giorni di
Erasmus.
Insomma ve ne andate tutti e mi lasciate qui da solo a fottermi di malinconia, gli ho detto. Gliel'ho
detto in italiano e lui ha riso: deve aver capito la parola malinconia e immaginato il resto. Poi gli ho
chiesto in inglese cosa farà adesso, come sta andando con la tesi, se ha fatto molte foto qui in Italia. Lui
mi ha spiegato che la tesi è quasi finita, ora se ne torna in Irlanda e conta di laurearsi in un paio di mesi.
Mentre mi illustrava per la centesima volta la sua interpretazione della Fenomenologia dello Spirito,
non ho proprio potuto fare a meno di chiedermi perché diavolo fosse venuto qui e non se ne fosse
andato invece, che ne so, a Berlino, a scrivere la sua cazzo di tesi su Hegel. Ma non ho detto nulla.
Invece abbiamo continuato a parlare di cose qualunque, da buoni compagni d'avventura, per ancora una
mezz'ora. Sara, non l'abbiamo nominata mai.
Tu arriverai fra qualche anno, come amica di un cugino di secondo grado. Insieme metteremo su
varie cose semplici e importanti, tra cui due bambini belli come te, seri come me e ricci come Sara.
Avremo una casa nella periferia di Firenze, perché a un certo punto mi verrà voglia di tornare lì. Io
lavorerò alla Billa e tu alle poste.
Invecchieremo con lentezza, fra giornate lunghissime e simili tra loro, rare passeggiate in collina,
operazioni chirurgiche di routine riuscite bene. Ci chiederemo spesso hai chiuso il gas?, mi passi il
sale? e solo due o tre volte l'anno se per caso siamo felici. Non ci butteremo mai sul letto vestiti. Se
sarò ancora abbastanza lucido e fortunato, a sessant'anni pubblicherò una raccolta di racconti scritti da
giovane e riscritti per il resto della vita, che ti dedicherò per riconoscenza.
Sara invece andrà avanti per la sua strada fatta di buche e semafori guasti. Perderà del tempo.
Conoscerà uomini intraprendenti e furbi, leggerà libri di poesia new-age, continuerà a cucinare una
pasta alla norma decisiva, smetterà di dipingere, la licenzieranno dal call center. Sarà magra e inquieta
come solo le donne di questa parte di mondo sanno esserlo, e insieme leggera e forte come solo alcune
coi capelli corti. Avrà un figlio con gli occhi tondi e mariti più alti di me.
Non lo so, se ci vedremo mai più. Continueremo a scriverci e sentirci per un po'. Una volta al mese,
e poi ogni due mesi, e poi più niente. Finché un giorno lei mi chiamerà o io la chiamerò e verrà fuori
una conversazione sbagliata e asimmetrica, con troppi silenzi e domande inutili, perché uno dei due
non si aspetterà affatto quella chiamata e la vivrà con imbarazzo e inadeguatezza.
Oppure un giorno ci rivedremo, perché la vita è imperfetta. E anche lì sarà tutto un po' sbagliato: è
un incontro che fatico pure a immaginare.
Lei arriverà in treno senza avvisare, con nella testa capelli lunghi come non ce li ha mai avuti e nelle
mani una copia del mio libro che chissà dove l'ha preso e come ha saputo. La prima cosa che farò io
sarà cercarle il colore degli occhi, perché quello sarà un dubbio che vorrò togliermi.
Senza parlare né guardarmi, lei mi porgerà il libro alla prima pagina di un racconto triste che la
riguarda ma la chiama con un nome che non è il suo. E io, mentre prenderò una penna da sopra qualche
comodino con la mano incerta, mentre firmerò una firma sbilenca appena sotto il titolo, mentre tossirò
d'emozione di bronchi e di vecchiaia, non saprò fare a meno di dire:
- Non è stata colpa tua: è la vita che è imperfetta.
Oppure:
- Ma dov'è che abbiamo sbagliato, se abbiamo sbagliato?
Oppure:
- Hai gli stessi occhi verdi bellissimi di quarant'anni fa.
Lei allora sorriderà saggia e anziana come a dire "shhh...", e in cambio mi manderà un bacio giocoso
solo con le labbra e senza avvicinarsi e distrattamente.
È una cosa che sapete fare voi, e noi non impareremo mai.