ANDREA ZARROLI
Mediterranea

“Mamma, mamma, ci sono le balene!”
Alice sollevò gli occhi dai fogli che le ingombravano la scrivania e incontrò quelli vivaci e ridenti di sua figlia, nove anni appena compiuti.
“Emma… il primo giorno di scuola?”
“Ci hanno fatti uscire, mamma, andiamo al molo, dai!”
In piedi sulla soglia del suo ufficio, il Dottor Paoleschi, titolare dello studio, guardava incuriosito la bambina. Era un uomo non più giovane, dagli occhi velati e come in contemplazione, distinto pur nella sua decadente forma fisica, con un bel completo grigio aperto su una pancia di tutto rispetto. Voltò il viso massiccio e pieno di simpatia verso la sua segretaria, Alice, che lo guardava interrogativa.
“Signora mia,” le disse in tono di ovvietà, con un’alzata di spalle, “se ci sono le balene...”
Allora lei si alzò rassettandosi la gonna, sorridendo con garbo. Prese la mano di Emma, che vibrava di eccitazione, e con lei uscì dall’ufficio verso il mare e la luce.
Nella cabina di comando di uno yacht ormeggiato a banchina, Paolo, un elettricista navale con ditta propria, stava cablando il quadro elettrico centrale dell’imbarcazione, mediocremente assistito dal suo unico dipendente, l’apprendista Maurino, foruncoloso e svogliato nei suoi indefinibili diciott’anni, il viso pallido e affilato sotto un intrico di riccioli castani tra i quali avrebbero potuto far nido i passeri.
L’aria settembrina entrava dal finestrino laterale aperto, limpida e gaia come un cinguettio, ma Paolo non la sentiva. Lavorava concentrato come sempre, con tutta l’attenzione e la pazienza che l’elettricità richiede, fumando la prima sigaretta della giornata. Non si era neppure accorto dell’assenza del suo «prezioso» assistente, quando Maurino rientrò in cabina tutto eccitato, con l’entusiasmo esemplare che metteva in qualsiasi cosa facesse, tranne lavorare, e gli disse: “Capo, dicono che in rada sono entrate due balene...” Non aggiunse posso andare a vederle?, ma era sottinteso. Paolo parve non udirlo, la sigaretta a un angolo della bocca e l’immobile viso ombroso e concentrato, un po’ piegato da una parte per via del fumo. Era elbano di nascita ed era stato ragazzo anche lui. Ricordava cosa significasse, da adolescente, quando di tanto in tanto e come dal nulla comparivano le balene. Quale profonda emozione rappresentasse la loro visione...
Arrestò le mani, che capaci lavoravano su un intreccio di fili elettrici, il fumo della sigaretta che gli passava sul viso immobile.
“Vai” disse semplicemente, senza distogliere gli occhi dal lavoro.
Maurino non se lo fece ripetere e sparì in un batter d’occhio. Scivolò fuori come un’anguilla, agile e dinoccolato, tutto gambe e piedi e giunture.
“Figlio d’un cane” gli mormorò dietro Paolo, senza cattiveria, col pensiero a qualcosa di lontano, in lui, e mai dimenticato.
Il marinaio e la ragazza avevano trascorso la sera e parte della notte bevendo birra in un pub. Poi si erano accomodati su una coperta distesa sull’erba di un parco cittadino, vicino ai bastioni. Là si erano trattenuti ad attendere l’alba, scambiandosi baci e fragili promesse
Quando il guardiano, un ometto sui cinquant’anni, corse trafelato ad avvertirli che in porto c’erano le balene, il marinaio e la ragazza si sorridevano delicatamente come bambini stanchi che ricordano una festa. Lui le aveva appoggiato la testa in grembo, e lei gli accarezzava i capelli. L’importuno se ne stava in piedi accanto a loro, imbarazzato, adesso, con ancora impresso sulle labbra quel suo annuncio spettacolare che tuttavia non sembrava aver sortito l’effetto immaginato, gli occhi neri e inespressivi come quelli di un pupazzo di stoffa.
Il marinaio volse lentamente il capo, in modo che una guancia posò tra le gambe della ragazza. Sorrise benevolo al guardiano. “Perché non te ne vai di volata sulla luna?” disse cortesemente. E si rimise a guardare la ragazza.
“Ah, sì” realizzò l’altro tutt’insieme, e corse da solo a guardare le balene.
Spazzando svagatamente fra i tavoli del ristorante sulla marina dove lavorava come stagionale da maggio a settembre, il giovane cameriere fischiava – quasi – con quella specie di fischio che si emette lasciando solamente sbattere un po’ l’aria sui denti davanti.
Quasi fischiava solo per sé Bocca di Rosa, pensando ‘motocicletta o viaggio a Cuba?’, a proposito dei soldi appena guadagnati che di lì a un mese avrebbe speso allegramente e senza rimorso, baloccandosi fra questi piacevoli pensieri banali mentre il professore di filosofia in pensione (o meglio à la retraite, come amava dir lui), cliente abituale che approfittava dei tavoli del locale anche in orario di chiusura per immergersi in faticose letture sorseggiando limonata, grassoccio e compassato, con il prince-nez al naso, giacca di lino e papillon, rifletteva in tal guisa sull’umana condizione: ‘La bontà, la generosità, la franchezza, l’onestà, la temperanza e la sensibilità sono in noi elementi ammirevoli, ma che negli affari di questa vita ci conducono spesso alla rovina. Mentre le caratteristiche che detestiamo, la furberia, la cupidigia, l’avarizia, la meschinità, l’egoismo, la prepotenza, portano solitamente al successo. E mentre gli uomini ammirano le prime di queste qualità, amano il risultato delle seconde... Perché dunque, di grazia, abbiamo finito per creare un sistema socioeconomico a misura delle nostre peggiori inclinazioni e non il contrario?... Cos’è dunque mancato, in noi, in migliaia d’anni di tensione al progresso... quale prezioso tassello?...’
E la domanda restava sempre irrisolta e quasi gli mandava di traverso la limonata.
Quando la notizia delle balene giunse alle loro orecchie, il professore e il cameriere si guardarono con negli occhi pensieri diversi. L’uno figurandosi l’immagine apocalittica del Leviatano di hobbesiana memoria, l’altro le pagine di un bel romanzo cubano di Hemingway, dove pesci spada e balene incrociavano le acque blu del Golfo del Messico, mentre all’Avana ragazze dal bronzeo corpo di miele e ginepro si concedevano senza remore ad affascinanti stranieri dai modi audaci.
Il cameriere appoggiò la scopa a un tavolo. Il professore si alzò lentamente. S’incamminarono insieme, seguendo il flusso discontinuo della gente che un richiamo più antico dell’uomo andava via via raccogliendo lungo la banchina del porto.

Quando il chiarore di alluminio della prima luce si era posato sulla superficie marina, la madre e il suo cucciolo incrociavano già le acque della rada di Portoferraio.
Sotto le scogliere occidentali dell’isola, il mare era una torre d’avorio e di schiuma che crollava e si riformava continuamente. L’energia che ancora lo animava era il risultato della recente scaduta di una burrasca che pochi giorni prima aveva investito l’Elba con forti raffiche da ponente. Ma nell’anello di mare che cingeva Portoferraio, dei battaglioni della spuma che a occidente assalivano le scogliere, di quelle lunghe onde remote non giungeva in rada che un riflesso appena percepibile come un’eco lontana, come un brivido nella torbida acqua grigia del porto, come un respiro.
Era un piccolo di balenottera comune sui cinque metri di lunghezza. Da circa un’ora nuotava tranquillo all’interno del porto mediceo, sfiorando inconsapevole le corde e le cime delle barche ormeggiate in Calata Buccari, davanti alla vecchia caserma dei Carabinieri.
Non appariva in difficoltà né ferito. Più al largo, fuori della darsena, una balena adulta lunga una dozzina di metri fuoriusciva a tratti dall’acqua esponendo al tiepido sole il dorso lucido e scuro, i fianchi sinuosi e possenti, le prime linee del grande ventaglio della coda sommersa.
In viaggio dalle profonde acque liguri-provenzali del Santuario dei cetacei, nella loro migrazione annuale verso le coste dell’Africa settentrionale, la madre e il suo piccolo erano entrati nell’insenatura diPortoferraio per riposare al riparo delle correnti e delle immense distese del mare aperto. Una scelta naturale dettata dall’istinto di conservazione proprio di ogni specie vivente. Ma la loro improvvisa comparsa nelle placide acque portuali rassegnate all’immondizia, alle impronte digitali del gasolio, ai putridi scarti delle reti e delle cucine, aveva strappato un intero paese al ripetitivo svolgersi delle sue attività quotidiane e l’aveva proiettato in un’atmosfera di sogno, come se il tempo si fosse scheggiato e un frammento eternizzato di Eden si fosse improvvisamente svelato agli occhi trasognati di chi, bambino, adulto o anziano, per la prima volta in vita sua si trovava ad assistere allo spettacolo delle balene. Di chi scopriva d’un tratto la selvaggia purezza del pianeta e veniva colto da un’incomprensibile nostalgia, incomprensibile perché fondata sull’inesistenza di un luogo a cui tornare, un mondo sconosciuto, fulgido e fresco e vergine di sguardi come l’Eden il sesto giorno.
I gabbiani, soffi di luce, disegnavano in volo bianche geometrie. Erano i soli a non curarsi delle balene. Per loro valevano come sempre le spoglie galleggianti, annerite, di cavoli e pomodori, i ventri rigonfi dei pesci morti, l’acqua schiumosa di frutta decomposta e granaglie, qualsiasi scarto servisse a lenire per un attimo la loro eterna voracità, la loro fame importuna.
Al contrario dei gabbiani, più di cento persone ormai, assiepate lungobanchina in un silenzio irreale, assistevano stupite, commosse, al lento nuoto armonioso del piccolo di balenottera e di sua madre, che si erano ricongiunti al centro della darsena e si sfioravano a fior d’acqua, ora, accarezzando con le ampie pinne laterali l’immobilità di un mare che aveva dimenticato la sua origine battagliera, né crepitio di spuma, né furore di onde né vento, soltanto l’immota laguna portuale e in essa due pinne dorsali color della ghisa, color del piombo fuso, che scomparivano e riaffioravano vicine, un silente scivolare di corpi enormi sotto la superficie liscia e il suono ancestrale degli sfiatatoi come un idioma senza tempo: gettito d’aria e acqua vaporizzate, respiro di giganti.

In mezzo alla gente, il professore di filosofia osservava le balene respirando lievemente, la testa per la prima volta sgombra da qualsiasi fumosa teoria, sul viso un sorriso innocente di bimbo.
Poco più in là, il giovane cameriere aveva appoggiato un gomito sulla spalla di Maurino. Faceva un gesto con le dita come a chiedere: “Che per caso hai una sigaretta?”, ma non spiccicava parola.
Da parte sua Maurino, la bocca leggermente socchiusa dallo stupore, non distoglieva lo sguardo dalle balene. Seguiva ogni loro affiorare, il lento incurvarsi dei dorsi, la leggerezza di farfalla con cui scivolavano sotto la superficie senz’alcun rumore se non il soffio degli sfiatatoi, più forte quello della madre, più lieve quello del cucciolo. Un miscuglio di meraviglia e di gioia gli assediava il cuore; la stessa vibrante emozione che Paolo non aveva mai dimenticato.
Il marinaio e la ragazza si tenevano allacciati uno di fianco all’altra. Lui le cingeva le spalle con un braccio, mentre guardava affascinato le balene come fossero una rivelazione, o un miracolo, come se in esse gli si svelasse per la prima volta la sconosciuta primavera di un pianeta ancora selvaggio. Quando lei gli sorrise, i denti bianchi sembrarono la tastiera di un pianoforte aperto d’improvviso. Poi le labbra si chiusero e si fecero piene nell’attesa di essere baciate. Nell’incanto del momento il giovane non notò l’offerta. La ragazza non si offese. Trattenne le sue carezzevoli mani allacciate in lenta estasi intorno alla vita del marinaio, e sulle sue labbra comparve il sorriso saggio e distante degli antichi greci.
In piedi sul ciglio della banchina, Alice cingeva da dietro le spalle di sua figlia, tenendola a sé con dolcezza, sentendo il cuore della bambina che batteva contro il palmo della sua mano.
Pensava che Emma fosse in preda alla più viva eccitazione, ma così non era. Un profondo senso di pace si era posato sul suo animo come una coperta di lino. Emma percepiva dietro di sé l’affetto naturale di Alice che le infondeva sicurezza: l’amore materno che sempre l’avrebbe protetta. Ma nei suoi larghi occhi marroni nuotavano adesso le balene, e attraverso di esse un amore diverso e più antico – l’infinito poema del Creato – prendeva forma e saliva come una musica nell’aria. Come un sorriso che illumina anche gli angoli più bui. Come il grano verde di marzo; come l’erba alta di un prato che ondeggia al vento serale sul fianco di una collina. Come l’odore struggente del mare quando si cammina in mezzo alle ginestre su un promontorio a picco nel blu. Come Dio stesso onnipotente, supremo artista, incommensurabile creatore dei cieli e della Terra. O come un dio operaio, intelligibile, vicino, che strizza l’occhio agli uomini e in un sussurro dolce e rauco di whisky e ambrosia rivela loro: “Io esisto”...