ANTONELLA SBUELZ
Microelogio di una terra

La tua terra in una voce

Microelogio di un'imperfezione

                                    (Mugello. Considerazioni al margine di un bosco.)

E lieve lieve cade la neve
sopra la pieve di Pontassieve:
così cullava a volte la tua voce
nelle mie prime insonnie di bambina.
Da grande l’ho cercata, quella pieve,
oltre il verde solenne dell’erba
che scompigliava
i cigli del sentiero, addentrandosi
in cuore al Mugello.
Un picchio cesellava sopra un tronco
l’epicentro di vuoto del suo foro
con un puntiglio esatto, da guerriero.

E tutto a un tratto ho visto il capriolo.

Lo sguardo era pulito: si fidava.
La sua giovane età lo difendeva
da ogni tentazione di paura. Immobile
in un nulla di silenzio, annusava nell’aria
il mio odore.
La forza di un abbraccio elementare:
il mio stupore, un refolo di vento,

l’innocenza della sua curiosità.
Una fragilità imperfetta, breve.
Una breve tentazione di magia.

E io ho ritrovato la neve - il suo candore
ancora intatto, lieve - dentro il timbro
della tua voce, che per proteggermi dal buio
mi regalava raggi di poesia.

Aprile dei desideri
Microelogio di un fiume

                               (Gola della Gonfolina. Considerazioni sulla natura di un fiume)

Da Ponte Vecchio, l’Arno ha curve buone:
in questo tratto è femmina formosa, capace
di languidi flutti e di impennate improvvise,
di solitari abbandoni. Da qui lo ami sempre,
lo perdoni.
Qui l’Arno è nel pieno degli anni,
non muove più i passi bambini
di ruscelletti che dei verdi colli
frusciavano in grembo alle rive:
i ruscelli si sono fatti corpo, già pronto
a distanze imperiose, a fonde incisioni, alle esse
che nella Gola della Gonfolina
asserviranno l’acqua a nuove sfide,
facendo aspro e tortuoso anche il suo andare.
Però non qui, non dentro questi azzurri
di nuvole azzurre e azzurro mare. Qui
la canoa che scivola in silenzio
tiene ancora in equilibrio terra e cielo, e la pagaia
non conosce inciampi nell’alveo
che promette qualche meta, che fa dell’attesa mistero.
Qui le luci confermano bellezze, sbucciano
frutti proibiti.

Lascia fare al tramonto,
alla sera.
All’avanzo di giorno che resta, alla freschezza di aprile.
Perché aprile declina sensi nuovi,
porta aria nuova ai pensieri.

Aprile in Arno è la stagione giusta. E sa di fiume,
sa di desideri.

Tempo di tempi
Microelogio della provvisorietà

                      (Volterra. Considerazioni sul passato di una città.)

Volterra ha confini di vento
e un’anima sottile, verticale.
Ci accolse con cumuli di nembi
pronti a scatenare nuove guerre
sotto forma di tempesta tropicale. Ma
il cielo di ardesia e alabastro
fece pace col sussulto di uno stormo,
e la bocca incupita di un camino
inghiottì il primo raggio di luce.
La piazza dilatava le sue forme
in vibrazioni
vive di passato
che parlavano un etrusco misterioso,
un tardo latino medievale.
Il silenzio veniva da lontano, e faceva
il nostro mondo laterale.
Un falchetto sfidò il vuoto col suo volo,
oltre un sommo di torre merlata.
La luce scivolava sul bugnato: troppo opaca
per dirla ancora giorno,
troppo vivida per dirla notte,
o sera.

Poi la corsa di una bambina
confuse alto e basso, dentro e fuori.
Portò un’alba sulla punta delle dita,
la freschezza di promesse senza nome.
L’irruzione di altrove e di realtà.

Allora il tempo disse tutti i tempi,
un denso di materia e di astrazione: e fu
la perfezione delle cose,
la loro eterna provvisorietà.

Ulivo a lume spento
Microelogio di rami e radici

                         (Montalcino. Considerazioni su alberi e pietre.)

La fortezza veniva per prima, come a difendere
il suo cuore
da ogni minaccia del male.
Ed era il grigio acceso della pietra
sotto l’ultimo sole di giugno a conquistare il cielo,
brano a brano:
lontano, il verde cupo dei vigneti era un mare
che prometteva pace, un orizzonte pronto a sillabare
parole di vento nella sera
e arabeschi di voli sopra i tetti,
sopra i profili netti delle cose.

Qualche nota tracimò da una finestra,
e fu una cantata barocca
che carezzò le pietre medievali, i pascoli rossi dei coppi,
il nostro camminare senza meta, in bilico
fra tempi e geografie che toglievano peso alle bufere.
Sui tendini tesi dei colli
restava una bellezza che stordiva.

Affidarsi alla forza di un ulivo che conosce la pazienza
della vita, il resistere delle radici,
il tendersi umile dei rami.
E respirarlo piano, il mondo intorno.
Pensare sono qui. Mi basta questo.
Pensare che il presente è questo istante
senza ombre di ieri, o di domani.

Il seme della luce
Microelogio di un'appartenenza

                                (Fiesole. Considerazioni su partenze e ritorni.)

I punti esclamativi dei cipressi
compitavano le curve della strada
che saliva tra smeraldi di colline
e l’argento brunito degli ulivi.
Li hai vissuti lassù,
gli ultimi anni: lo sguardo
via via più trasparente, più trasparente
il corpo già minuto che io ricalco nel mio.
Guardavamo Firenze da lontano:
tu persa in voci perdute, io perduta
nella tua fragilità. E rivedevo il seme della luce
nelle rificolone di bambina,
quel loro tremare di vita
che si opponeva all’ombra della sera,
il cuore in festa al canto che vibrava
solo per farsi più pieno.

Era lungo, il viaggio per tornare.
Il treno scandiva i ricordi.
E in punta di ricordo tenerezze
come fate di Rupecanina, impigliate
tra spine di rovi su selvatici fianchi di Toscana.
Mi accoglieva la forza dei gelsi,
il loro farsi pugno lungo i campi,
le luci affilate del nord. Tra me
e te, una linea di binari che congiungeva
tempi e geografie, stagioni di
cuori e calendari.

Io pensavo alla promessa del ritorno,
all’araba fenice del richiamo.
Pensavo alla pelle che rimane quando
la nostra prima pelle muore:
l’enigma è nella muta dei destini.
Non c’è forza più forte della terra
che abbiamo calpestato da bambini.

Rinascimento e veli
Microelogio di una tela

                    (Firenze, Palazzo Pitti. Considerazioni sulla Madonna della Seggiola)

La ragazza è seduta sull’uscio di una capanna di Velletri.
Allatta l’ultimo nato.
La perfezione è tutta in quella bolla
che sa fonderli insieme nell’incanto:
uniti nel loro bastarsi
oltre il mondo lontano, esiliato.
Il pittore di passaggio esita appena.
Ruba d’istinto il buio della casa,
il bianco sulla nuca del bambino,
la provvisorietà del paradiso dentro il sorriso di lei.

E’ solo nell’abbozzo della tela
che il ricordo gli trapela dalle dita: la memoria
conosce sentieri sconosciuti alle orme dei pensieri.
Poi le setole daranno luce piena
al corpo che si inclina nel cullare,
alla carezza delle teste giunte, al pomolo brunito
della seggiola, all’alluce nudo del piede.
Le setole daranno forma e senso
all’ala protettiva della mano.
Madre e figlio. Una bellezza scandalosa.
Arresi l’uno all’altro, e alla dolcezza.
Arresi al giallo, al magenta, al ciano.

E la madonna guarda in faccia il mondo:
si illude capace di difese.
Oggi
altre donne hanno quello sguardo,
l’oriente appuntato in un velo. Quel gesto
da primizia dell’amore
che fa del loro grembo un grembo grande,
un argine all’ignoto, al forse, al male.

Del tuo Rinascimento resta questo:
la verità di un vero universale.