STEFANO VALACCHI
Maria Emilia's List

Maria Emilia era una bambina che correva veloce, scricciolo scoppiettante come gli anni sessanta che stavano per finire. La piccola si era imbambolata davanti alla vecchia radio dei suoi genitori, sulle note di “Addio mondo crudele” proprio nella mattina del suo primo giorno di scuola.
“Forza Mare” le disse la madre “non vorrai iniziare col piede sbagliato?” Avere una madre maestra elementare equivaleva a pescare l’uomo nero dal mazzo della carte e così Maria Emilia vide morire ogni possibilità di seguire le sue amiche alla scuola Giovanni Duprè, dove sua madre insegnava. Fu dirottata nella scuola elementare parificata di San Girolamo, una struttura moderna e funzionale che avrebbe potuto funzionare ancora meglio come istituto correttivo. Ma in fondo era soltanto una scuola, e cosa fondamentale era che sua madre non insegnasse lì.
Sei femmine e sei maschi, in una classe di alunni pronti a gettarsi come cuccioli affamati sul cibo chiamato conoscenza, che le garrule suorine si erano assunte l’onere o l’onore di divulgare agli svolazzanti uccelletti, neri nel petto i maschietti dai grembi orlati di un fiocco azzurro mentre le femminucce riflettevano il bianco candore dei gigli, apostrofate da un fiocco rosa. Dodici tigrotti assortiti, vispi al pari di giovani rondini, vogliosi di ridere e scherzare come l’età vuole. Solo che gli alberi teneri lasciati alla mercé dei venti tendono ad ingobbirsi e mai e poi mai si riprendono nel corso degli anni. E allora ecco spiegato perché ci vogliono i domatori bravi, gente vera con il cuore grande come una casa che ammaestra le belve rendendole docili.
I prati dell’Eden – mai nome fu più azzeccato per dei giardini all’italiana -  erano parte integrante della struttura di San Girolamo ed era una gioia per i piccoli assistere ai movimenti sincopati del giardiniere Ezio che usava le forbici con la dolcezza di un cacciatore di nuvole.
“Bambini, ecco le prime saragie” e dall’albero dove penzolavano le gambe dello snidoccolato tuttofare piovevano ciliegie che i ragazzi a gara raccoglievano e trangugiavano, implumi pennuti golosi di quei chicchi rossi, dolci al pari del bacio di una madre.
“Piccoli, oggi è tempo di susine” e un cestello pieno dei frutti mielati passava di mano in mano fintanto non rimaneva che l’intreccio dei giunchi.
All’interno del comprensorio c’era una grande stanza attrezzata a palestra. Ma la perla più rara tra tutti quei tesori era il teatro, una vera e propria riproduzione in miniatura di un ‘anfiteatro greco, fatto con pietre di teatri veri, dove il suono tintillava pulito come il canto di un usignolo.
Lo scenario di quell’esuberante proscenio riproduceva alla perfezione il dipinto del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti ospitato nella sala del Mappamondo del comune di Siena. Ogni semestre gruppi di alunni si cimentavano in rappresentazioni di ogni genere, sia classiche che religiose, che lasciavano in dono ai giovani attori notti insonni.
La dolcezza delle maestrine, cantata dai poeti e fermata nelle pagine dei libri, non s’addiceva ai volti delle giovani suore, strappate alla vita da una vocazione decisa a tavolino da padri tenutari di famiglie numerose, consci che l’unica porta che potevano aprire con il chiavistello della povertà era quella di un convento.
Se poi lo studio per impartire insegnamenti le aveva addolcite al punto da far scordare la loro triste storia, il quotidiano delle piccole anime che si cerbottanavano i capelli con cartine arrotolate di saliva riapriva vecchie ferite di una vita rubata, del vino della loro esistenza trasformato in aceto.
Le loro vite  non erano certo colpa di quei frugoli. Ma quando quelle anime immacolate si ponevano loro davanti con schiamazzi e sorrisi le pustole di rabbia verso il resto del mondo esplodevano indiscriminatamente, colpendo tutto quello che era alla loro portata. Ed erano dita arrossate dai righelli, trecce suonate a corda di campana, nocche arrossate dal sangue che fuoriusciva dalle stimmate giovanili.
E la catarsi era completa nei corpi di quelle domatrici. Suora Adriana si trasfigurava in Belfagor e il suo sorriso scompariva per far posto ad un ghigno satanico, veleno che paralizzava le mosche in attesa del ragno. La bacchetta che serviva per indicare le formule scritte col gesso sull’ardesia della lavagna diventava nella sue mani una Katana che suonava nell’aria simile a uno strumento affilato. Veniva dalla campagna senese, dal piccolo paese di Trequanda dove fino ai quindici anni non gli era passata per la mente che potessero esistere monasteri, conventi, chiese e altre cose affini.
Suor Marina era ribattezzata Maga Magò per la sua maniacale perizia nello scovare qualunque cosa non andasse, ogni variazione alle ferree regole imposte che gli astuti esserini cercavano di bypassare in camaleontiche posture angeliche. Lo strumento che la suora preferiva era un filiforme nerbo di bue trasparente, che nelle sue abili mani assumeva la forma di un coltello affilato. Una stilettata o una carezza fatta con amore, e per cinque minuti il sangue scorreva dove quella lama di tendini si appoggiava. Poi la maga si faceva crocerossina degnandosi di medicare l’offesa con rudimentali tamponi in cotone e una specie di acqua ossigenata che bruciava le giovani pelli al pari della soda caustica. Suor Marina proveniva dal Nord della provincia di Siena, terra di soffioni boraciferi. Mai e poi mai quando pascolava le pecore aveva scorto tra i fumi che salivano al cielo un arabesco di vento che le potesse presagire il volto della Vergine, costante adesso della sua vita penitenziale.  
La terza sorella che nessun orfano avrebbe voluto avere come madre era suor Beatrice, bella come una Madonna e oscura come il demonio. Avrebbe potuto avere tutto dalla vita se un padre troppo padrone non l’avesse sepolta viva dentro quelle mura, alte all’inverosimile per una gravidanza piovuta sul fare dei quindici anni, con il figlio del peccato abbandonato nella ruota del Santa Maria della Scala.
L’ultima insegnante era suor Letizia, un nome che le si addiceva oltremodo. Suor Letizia era diventata cieca ai venticinque anni, quando già faceva la maestra in una piccola scuola alle porte della città. Era nata a Siena e lì viveva, in attesa di sposarsi con il fidanzato. Una sera si addormentò, senza presagire che la piccola lampadina del comodino sarebbe stata l’ultima luce prima di un infinito buio. Letizia prese quella vicenda come un chiaro segno dell’altissimo, che la chiamava a sé mettendola alla prova. Tre mesi dopo varcò le soglie del convento, dedicandosi all’insegnamento.
Delle maestre era dotata di una memoria portentosa. Per le correzioni faceva si che gli alunni scrivessero con pastelli di cera neri, cosicché con il lieve scorrere dell’indice sulle parole ispessite potesse controllare la grafia.
Ma la cosa più sorprendente era che suor Letizia riusciva perfettamente a capire cosa succedesse attorno a lei.
“Tutti al refettorio, svelti, prima i maschi e poi le femmine, in fila per due. Quando batto le mani avanti, passi lenti, testa alta perché ci si vergogna soltanto se si ruba o si dicono bugie” urlò suor Marina.
Al via Maria Emilia mosse il piede destro, all’unisono con Roberta, la sua migliore amica. Passi cadenzati, precisi, una cinquantina appena e poi ognuno al proprio banco, dove tutti hanno un cestino con dentro forchetta, coltello, cucchiaio e un cucchiaino assieme a un tovagliolo, oltre a un bicchiere di plastica ritraibile che si chiude avvitandolo.
C’è un finestrone nel refettorio, da dove si vede la torre del Mangia. Maria Emilia la guarda estasiata ogni giorno assieme agli altri bambini perché è li che si ritrovano a giocare alla fine delle lezioni.
A tavola non si parla. Ognuno ha il dovere di mangiare tutto quello che suor Agata presenta loro nei piatti.
Oggi è mercoledì, giorno di pollo. A Maria Emilia non piace, ma è tranquilla perché mai e poi mai suor Marina si sognerebbe di controllare il cestino della figlia della maestra Amidei, mentre per gli altri non è così.
Questo è la conseguenza di ciò che accadde il giorno che Suor Beatrice negò ad Andrea il permesso di andare al bagno, un iceberg spaventoso che fece naufragare zattere di aiuto nel mare in tempesta. Qualcuno si salvò, altri furono i sommersi. Maria Emilia conobbe le vie di mezzo. Impossibilitata a chiedere aiuto in quei momenti concitati la piccola sfruttò il vestitino rosso più lungo del normale, utilizzando la frangia in eccesso per assorbire la pipì che non riuscì a trattenere.
Quando sua madre andò a prenderla alle quattro e mezzo notò subito che qualcosa non andava. A una madre non la si fa, figuriamoci a una madre maestra. E così Maria Emilia raccontò l’accaduto. Il giorno seguente quando arrivò a scuola la maestra Amidei chiese della madre superiora e volle che tutte le insegnanti fossero lì.
“Che non risucceda in futuro che un bambino o una bambina non possa andare al bagno. Credo di essere stata chiara, altrimenti prima ve la vedrete con me e dopo con i carabinieri.”

Oggi è mercoledì, e dopo la pastina in brodo c’è il pollo. Maria Emilia è tranquilla, sa cosa deve fare. Lo tormenta un po’con la forchetta, e mentre suor Agata è di spalle lo infila nel cestino. Poi la bocca inizia a muoversi, masticando aria. Sente uno sguardo posarsi su di lei.
“No, non può essere Agata, lei è girata” pensa, mentre i suoi occhi incrociano quelli di Roberta, che tormenta il pollo esattamente come ha fatto lei.
Non può salvarli tutti, anche se vorrebbe non può farlo. Ma Roberta si, è vicina a lei.
“Suor Agata, può venire un attimo in cucina.”
In quei pochi secondi il piatto di Roberta diventa vuoto. Sparisce anche il pane.
D’improvviso un sussulto. Suor Letizia è arrivata a pochi passi da lei, lieve come il vento al tramonto.
“Non può avermi visto” pensa Maria Emilia. E prima che si muova una mano di suor Letizia le accarezza la testa, sorridendole, dolce come solo lei sa essere.
Al check point suor Marina ferma Andrea. Poi è il turno di Luisa e Nicola.
“Io li raddrizzo, questi ranocchi” pensa, mentre guarda torva Maria Emilia.
Oh come vorrebbe aprire quel panierino e trovarci qualcosa che non dovrebbe essere lì. Ma la maestra Amidei esiste, eccome se esiste.
Appena passata indenne il piccolo scricciolo vorrebbe correre come sa, ma si trattiene. Cerca Roberta, che la saluta con un cenno della testa.
Tra poco si ritroveranno in Piazza del Campo a giocare sotto la torre del Mangia.
Oggi sono tra i salvati. Per finire tra i sommersi non c’è fretta, hanno tutta la vita davanti.