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Patrizia Sardisco
À rebours fiorentino


Santa Maria Novella

In che anno, che Arno, che giorno
annodiamo una fuga, un ritorno
l’arrivo è l’abbrivo o il fine è la fine
noi come funai i capi binari
aprendo e torcendo a memoria
camminiamo all’indietro

Il treno a ritroso nell’aria d’un tratto sbiadita
rovescia sul retro di intrecci  marmorei
le istanze policrome e i moduli classici
fatica tenerli esistenti sottratti alla vista
così i nostri passi di allora ai lungarni

S’ingrigia e s’aggruma materica
la greve acquerugiola e vela
il quadrante che al plumbeo ha omesso le ore
la sfera armillare il suo arduo orbitare
di moti impacciati inceppati, a ritroso

Per sviste o per asperità della strada
un bagaglio di anni ritorti al contrario
ci brucia le mani, a sbruffi di cenere
la via ci rimette ai lungarni

San Lorenzo

In affondi di chiari e di scuri
invetriata di poveri cristi, inverati
in contrasti di macchie
ci specchia il selciato spiovuto svenduto
agli ombrelli profferti per spiccioli
le trepide sclere d’avorio incrostate
nel trepido  bruno e alla pietra e all’afrore
il brio del pellame che preme  e l’allattano
a gesti più larghi fessure di luminescenza
più larghi i tuoi passi dei miei
nei sandali miei acquaioli più chiari
e più opachi i tuoi specchi oscurati
di spalle già via a far forma ai contrasti
già noi macchiaioli di noi

Santa Maria del Fiore

Piove. La trama piovosa ci sperde
e in riparata distratti a strattoni ci spiazza
ci curva le spalle all’oscuro al riparo
nel punto cieco della narrazione.

Svetta amodale l’ombra del campanile
e la giottesca sua perfezione rimane altezza
non esperita, vertigine ipotizzata
ipostasi, che adesso duole, di un ideale.

Sporta sulle pozzanghere la distrazione
è il clacson di un mezzo autorizzato
ci distende distanti ci schizza ci oltrepassa
ci abbozza in riparata costa ed eclissati
a noi, da noi al riparo, nel punto cieco.

*
Piove.
Dalla guerriglia tinnula
di sassi spazi minimi e silenzi
gemma la nota esatta
del petricore autoctono
scavalca l’acquiescenza
supina dell’olfatto, suggerisce

L’estate sovraesposta
sfoca il cielo bruciato
arcobaleni a olio nelle pozze
appena palesati già scontornano

Atone guide issano
illusori ombrellini
i santi si riparano
in lingue indecifrabili
sulla rampa svuotata
le nostre ombre evaporano

Loggia dei Lanzi  

Figure in movimento rotatorio
moltiplichiamo i punti di visione
vorticando a spirale nei giorni
la compattezza e i vuoti
distribuiti in modo irregolare
vorremmo dirne senza far parola
in un capolavoro di ambizione
noi su di noi inerpicati e muti
senza aver fatto calcoli di statica
fluttuiamo  verticali e
di ratto in ratto il vortice
somma una sottrazione

*
La cera al suo arbitrio adesso persa
per liquefatta volontà di fucina
di forma e di fornace, a voce insorta
forma, e all’intercapedine sottratta
a pezzi
nessun apporto per la brasatura
nessun apporto a fondere il legame

E per serpeggiamento capillare
avresti detto a tutti

la vendetta del taglio

avresti alla bandiera della testa

dato onore di voce

avresti
vestito di tua grazia 

la bocca abbandonata 

risorta dal patibolo del velo 

avresti avuto vergine 

la voce ed una tua 

privatissima lingua

a scioglierti dal rogo dell'apnea

Lungarno Torrigiani

I giorni ci resero edotti
che smottamenti accaddero
in assenza di sguardo
di cura e protezione
e nulla manutenzione preventiva
poté accorrere a contenere forze
che avresti detto autoctone, in pressione
da dove?, se dire interno insinua
in noi stessi l’onere e la colpa
e dire esterno apre, sempre
all’estraneità dell’argine e del fiume
al cubismo straniante che ci ingoia
in tasselli scomposti, aperti
agli inserti più spuri, alla visione
multipla, spezzati e esposti e
semisommersi in noi
nelle infinite gamme di soli bruni e grigi
saturi e annoiati del colore
in mere campiture
noi non più noi

Lungarno degli Archibusieri

Il parapetto  e l’omero
in osmotico algore
avevamo creduto di sciacquare
i nostri anni in Arno

Ci rispecchia non vista
una nenia di viola  
cola sull’ametista della sera
lo spettro del non detto

un mimo esausto. E noi
domani via a Pistoia, a via del Vento:
alludi a Bigongiari,
La notte fiorentina, alludi a noi

sequela di ipotetiche sospese
se le ombre annegassero
se il fiume risalisse
se gli anni non avessero pupille

Patrizia Sardisco