CARLO PARRI
Mezzo minuto (Litanie laiche)

Se non fossi arrivato con mezzo minuto di ritardo tutto questo non sarebbe successo. Mezzo minuto. Sembra una cosa da ridere. Quante volte l’avrò detto? Non sarà di certo mezzo minuto che mi cambierà la vita. Beh, mi sbagliavo.
Per mezzo minuto puoi perdere l’ultimo Freccia Rossa e, sempre per il solito mezzo minuto, puoi diventare un viaggiatore ramingo, che prende il primo regionale che capita, così, solo per non restare ad aspettare la prossima Freccia che partirà alle 6 e 20 di domani mattina.
È così che adesso sono seduto su questa panca di legno logorato, in questa stazione improbabile, al centro di una notte sfortunata, dove al mezzo minuto di prima si è aggiunto un problema alla linea dei binari. Che genere di problema il capotreno non lo sa. E qui non c’è niente e nessuno che possa soddisfare la curiosità mia e dei miei compagni di viaggio. Qui è tutto automatico. A parte viaggiare. 
Mi sono subito isolato. Quando in una notte d’estate ti senti il viaggiatore di una notte d’inverno, è obbligatorio lasciare il nervosismo dei più, per rifugiarsi nella rassegnazione dei pochi. Anzi, di uno solo. Io.
Esco dalla stazione, ho voglia di camminare, il bagaglio è un piccolo trolley che mi segue senza lamentarsi. Avanzo per una strada dritta che potrebbe essere una provinciale e che attraversa, presumo, tutto il paese. Quando la lascio mi imbuco in un vicolo storto, che in fondo si spalanca su una piazza quasi rettangolare, con bei palazzi, un porticato e tanti negozi. La Toscana è questa, un posto capace di sorprenderti, un posto che non sei mai capace di prevedere, dove sai che dietro a un angolo ci può sempre essere quello che non ti aspetti.
E difatti c’è.
– Ti sei perso?
Giro la testa per valutare la voce. Voce di vecchio, voce che alle due di notte non te l’aspetti, voce di padrone.
– No, perso direi di no, sono solo rimasto appiedato.
È un uomo sui settanta, basso, scalpellato nel viso come fosse fatto di pietra. Ha lo sguardo duro del combattente e stanco dello sconfitto. Temo sia un classico: lo scemo del villaggio. Ce n’è sempre uno in agguato in ogni paese di provincia, forse questo è toccato a me, stanotte, nel mio casuale esilio ferroviario.
– C’è gente alla stazione. S’è fermato il regionale. È colpa dei ladri. Eri sul treno?
Alla fine sono solo, in una piazza grande come un campo di calcio, forse anche di più, io e lui, e da fare non ho proprio nulla se non far passare il tempo.
– Cos’hanno rubato?
– Il rame. Lo rubano tutte le settimane. Prima lo prendevano di là d’Arno, lungo i binari delle Frecce. Ma siccome ora ci passano i carabinieri su e giù anche di notte, allora si sono spostati da questa parte, dalla parte dei pendolari. Loro rubano il rame e te resti a piedi.
Ci faccio sopra una riflessione a voce alta.
– Loro rubano il rame e io resto a piedi, alle due di notte, in un paese deserto.
Mi interrompe lui.
– Io mi chiamo Loris.
E mi stende braccio e mano.
Gliela stringo con un sorriso notturno.
– Io mi chiamo Carlo.
– E stanotte ti sei chiappato una bella improsata.
Ci penso un attimo. Mi chiedo se vale la pena chiedere spiegazioni. Ma sono sempre lì, nella piazza vuota, io e lui e non ho niente da fare.
– Come sarebbe un’improsata? Cosa sarebbe un’improsata?
Fa un gesto che potrebbe essere vieni con me, mettiamoci laggiù, o magari solo mandarmi a quel paese.
– Son parole perse. Un’improsata è una fregatura, un bidone. Una volta, qui da noi, si parlava a modo nostro.
– Qui da voi cosa sarebbe?
– Da Greve fino alla Croce, dall’uva del senese fino alla cima del Pratomagno. Questo è il Valdarno e si parlava a modo nostro.
Mi viene da replicare che il Valdarno è una roba lunga e arriva fino a Pisa, che bisognerebbe anche spiegare se è inferiore o superiore, ma non lo faccio, l’improsata mi sembra più interessante della pedanteria da professorino di geografia.
– E il treno? Come si chiamava il treno qui da voi?
Gli leggo una luce negli occhietti piccini. Come un piccolo lampo soddisfatto che accende per un istante il buio della piazza.
– Il furioso. Il treno si chiamava il furioso.
– Allora era meglio se invece di Italo gli mettevano nome Orlando.
Vedo che ride, o ghigna. C’è troppo scuro per capire. Poi attacca.
– Non è finto il destrier, ma naturale.
E io gli vado dietro come un imbecille.
– Ch’una giumenta generò d’un grifo.
E lui di rimando.
– Simile al padre avea la piuma e l’ale.
Cacchio, ma la sa tutta? E gli rispondo ancora.
– Li piedi anteriori, il capo e il grifo.
Ma lui non si spenge, anzi, ci sta prendendo gusto.
– In tutte l’altre membra parea quale era la madre e chiamasi Ippogrifo.
Mi ha lasciato gli ultimi due versi dell’ottava e io non me li perdo.
– Che nei monti Rifei vengon, ma rari, molto di là dagli agghiacciati mari.
Ora ride  davvero.
– Ce l’hai una paglia?
Vado a naso. Voglio provare a intuirlo.
– No, mi dispiace, non fumo.
– Nemmeno io. Ma mi garbava capire se capivi.
Ci sono le sedie di un bar chiuso, ne rovesciamo un paio e ci accomodiamo in un angolo della piazza vuota. Temo sarà una conversazione tutta da decifrare.
Lui mi dice che ormai la piccia non la porta più nessuno e guarda verso la mia cravatta.
– Quando ero ragazzo, chi ce l’aveva il pilo per prendere il furioso? Si agguantava la frullina e a  Firenze ci s’andava a forza di pedalate. Hai capito qualche cosa?
Forse.
– Immagino che il pilo siano i soldi e la frullina la bicicletta. O sbaglio?
Le due sono passate da poco, restiamo lì, su queste seggiole marroni, a chiacchierare in una lingua perduta. Lui a prendermi per il proso con le sue parole dimenticate e io a imparare in fretta e a rispondergli a modo suo. Così che quando la Punto dei carabinieri ci rallenta accanto, sono io che tiro le somme e lo faccio alla maniera di quel Valdarno un po’ vago che va da Greve fino alla Croce del Pratomagno.
– Ecco i gianni, penseranno che si stia in chiarenza.
– O che si sia du’ ganci.
E attacca con una risata che rintrona per tutta la piazza.
Un militare scende a terra e si avvicina bonario. Si tocca con due dita la visiera del cappello. Loris dev’essere piuttosto conosciuto perché il carabiniere gli strizza l’occhio, poi si rivolge a me.
– Lei è un passeggero del regionale?
Dico di sì, con un tono da vittima sacrificale.
– Fra mezz’ora parte un pullman per Firenze, lo trova davanti alla stazione.
Poi guarda verso Loris.
– E tu non alzare tanto la voce, eh? Che la gente per bene a quest’ora dorme.
Come dire che io, Loris e persino loro due, i carabinieri, i gianni, non eravamo gente per bene?
Ma ringrazio per l’informazione e auguro la buona notte. Poi aggiungo anche un buon lavoro e faccio per alzarmi.
– Ma dove vai? Un ti rizzare, tanto se si va borro borro un ci si mette nulla da qui alla stazione.
Ecco, se si va borro borro. Ormai, anche se non so il perché, lo capisco al volo. Come se mezz’ora con lui avesse risvegliato memorie sopite che nemmeno sapevo di possedere. E difatti ora mi passano davanti certe scene di mia madre che spolvera il lampadario, ma non lo chiamo più lampadario, lo chiamo la lumiera. E non ho paura di perdere l’autobus per Firenze, di restare lì fino al mattino, magari con Loris appiccicato che continua a parlare il suo valdarnese riesumato.  Non ho paura, ho spagheggio. Loris mi ha contaminato e resto incerto se continuare quel dialogo surreale fatto di picce e di frulline o rilanciare per un’ottava dell’Orlando. O magari un paio di quartine di Dante, che di certo il vecchio le deve conoscere anche più di me.
– Che mestiere fai?
– Racconto storie. Le scrivo e me le stampano sui fogli. Poi le vendono.
– Allora tu sei un rifaldo.
– Cosa sarebbe un rifaldo?
– Di uno che racconta storie e poi le vende un ti poi fidare. L’è un rifaldo, appunto.
– Pensa Loris, che m’ero messo in testa che anche a te piacesse raccontare qualche storia.
– Di certo, ma io un n’ho mai scritta una.
– E come son le storie che racconti te?
Lui fissa qualcosa in mezzo al vuoto buio della piazza, come se in quel nero ci vedesse la madonna.
– Le storie che racconto io sanno di graffio di rovo, d’unghiata di sole, di schiocco di culatta, sanno di stilla di sangue, di trabocco di lava, di lampo di specchio. Le chiamo litanie. Un le capiresti.
Lo guardo meglio che posso, nell’ombra della piazza deserta. Cerco di ritrovare in quelle scalpellate del viso un altro ritratto. Un ragazzo sui sedicianni, seduto accanto a me bambino, sulle gradinate della tribuna Maratona.
Mi ricordo che a destra c’era Hamrin.
Era l’8 di maggio del 1960 e quel giorno io avevo otto anni. Mio padre stringeva i denti. C’era da giocarsela fino alla fine, noi e la Juventus, e quella partita non era semplice. La Spal andava forte e fuori casa poteva anche far male. I denti di mio padre si aprirono dopo venticinque minuti, quando Gratton la mise dentro senza tanti discorsi e rimasero aperti per sei minuti, fino al pareggio di Novelli. Ma che errore che fece Malatrasi!
Fu allora che il ragazzo, accanto a me, lo disse.
– Ci sarebbe voluto uno scatto di levriero, ma l’è un farlocco, ha fatto un raspìo di toro. Ma nemmeno, ha fatto un rollìo d’ubriaco, e ora speriamo che un s’arrivi allo sventolio di resa.
Continuò così per tutta la partita. Anche quando la Fiorentina, nel secondo tempo, si buttò tutta avanti fino al rigore di Hamrin.
– Si sente stridore di cingoli, clangore di trombe, oggi si vince, per grazia di santo.
Nell’intervallo mio padre mi aveva comprato un gelato di due gusti e io me lo rovesciai addosso perché il sole faceva presto a farlo sciogliere. Ma lui nemmeno se ne accorse. Troppo impegnato a discutere con quelli intorno sulle possibilità della Fiorentina di chiuderla, sulla giornata di poca vena di Hamrin, che rigore a parte, di finte ne aveva fatte sì e no un paio in tutta la partita, e della Juventus, che tanto avrebbe vinto per forza, con tutti i regali che le facevano gli arbitri.
La partita finì 3 a 1, con una rete di Montuori quando l’arbitro, un udinese secco che correva tutto impettito, stava quasi per mettersi il fischietto in bocca per dire che era finita. Mio padre era su di giri, mi ricordo che da Campo di Marte fino all’Arno continuò a darmi certe manate sulle spalle e a dire che bisognava crederci. Fino in fondo. Che alla fine non si poteva mai sapere cosa decideva il padreterno.
Il padreterno decise che la Fiorentina arrivasse seconda, ma questo lo seppi più avanti. Per quel giorno mi dovetti accontentare di sapere quanto potesse diventare feroce una donna per un paio di pantaloni macchiati di gelato crema e cioccolato. E mi ricordo che davanti alle urla della mamma, mi venne da pensare che era come ringhio di cane.
– Ma te ci sei mai stato a vedere la Fiorentina?
Lui sorride.
– Saranno cinquantanni che un ci vado più al Franchi. C’andavo da giovane, poi un hanno più voluto.
– Ma un Fiorentina Spal tre a uno, nel ’60, te lo ricordi?
– La memoria ce l’ho sempre bona, un ti preoccupare. Che partita! Peccato che poi i gobbacci vinsero uguale. Ma quell’anno ci s’andò dimorto vicini.

L’autobus per Firenze è pieno di altre litanie. Meno appassionate di quelle di Loris. La gente borbotta, si lagna, qualcuno bestemmia. È una notte che se ne va così, siamo tutti stanchi, un po’ disorientati. L’autista chiede se ci siamo tutti. Vallo a sapere. Chi siamo, tutti?
C’è chi dice sì, con la faccia tosta di uno che sa quello che dice e le porte si chiudono con un soffio d’aria leggero. Soffio di sospetto, direbbe Loris.
Guardo fuori dal vetro. Lui è accanto alla corriera. Gli faccio un saluto con la mano. Vedo che dice qualcosa, ma non lo posso sentire. Apre la bocca scolpita nella pietra del viso. Chissà cosa darei per sapere quella parola che ha detto. O quella litania.
– Lo conosce?
Me lo sta chiedendo la donna seduta accanto.
– Chi, Loris?
– Poverino, pare che sia stato rinchiuso a San Salvi che un aveva nemmeno ventanni. Dice che quando hanno chiuso i manicomi e l’hanno mandato via, un se ne volesse andare. Voleva restare dentro.
– Ma perché? Perché stava in manicomio?
– Ah, un si sa, ma tanto normale un è davvero, dovrebbe sentire come parla.
– Come sarebbe come parla? Ma se conosce l’Ariosto a memoria.
– Lo vede?
Loris è matto, perché sa l’Orlando furioso, è matto perché dice gesto di mimo, bestemmia di papa, orma di paura. È matto perché gli altri, su quest’autobus che arranca verso il casello d’Incisa, tengono le teste basse sopra i loro telefonini, dove lasciano che si perdano i loro cervelli sani. Loris è matto perché si ricorda ancora un Fiorentina Spal tre a uno del ’60. Proprio uguale a me.