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GIANRICO CAROFIGLIO
da "La regola dell'equilibrio"


Ventisei

Gli eventi importanti della mia vita sono accaduti per caso. Se c’era un disegno non me ne sono accorto. Ho studiato dir­itto per caso o per ripiego o perché non avevo avuto il coraggio di chiedermi cosa davvero avrei voluto fare, forse temendo che scegliere implicasse una responsabilità di cui non ero all’altezza. Allo stesso modo mi sono ritrovato a fare l’avvocato: trasportato dalla corrente, dicendomi che però, in fondo, quel lavoro mi piaceva, che comunque la vita è un percorso fatto anche di compromessi e che è da adulti accettare questa verità. Giustificazioni, perlopiú, che sono come certi scogli appena sotto il pelo dell’acqua. Ti ci puoi appoggiare, ti ci puoi aggrappare, ma puoi anche andarci a sbattere, e farti molto male. Avevo elaborato il disagio per il mio lavoro – un lavoro che non avevo mai davvero scelto – costruendomi il personaggio descritto da Annapaola. Aveva detto cose che sapevo benissimo e che, con metodo, mi ero sempre impegnato a non am­mettere. 
Avevo un’immagine di me e cercavo di corrisponderle. In un modo o nell’altro. In caso di contrasto con la realtà, era la realtà a doversi adattare. Ma è un meccanismo che non può durare per sempre. A poco a poco perdi l’equilibrio. Finii il lavoro in sospeso e me ne andai dallo studio. Passai davanti a un panificio dal quale giungeva il profumo della fo­caccia appena sfornata. Ne comprai una fetta da liceale, cioè grande. Bevvi una birra gelata a un bar di ubriaconi abituali che mi guardarono per quello che ero: un corpo estraneo.
Poi presi la bicicletta e mi misi a pedalare senza una meta precisa, ma con l’intenzione di non smettere troppo presto. Ero molto, molto confuso.
Cerca di semplificare, Guerrieri, altrimenti non ne uscirai e sarà un’altra notte insonne. Dunque: un tuo cliente è imputato di corruzione in atti giudiziari.
Lo difendi convinto della sua innocenza, poi scopri che è colpevole. Che fare? Continuare a difenderlo o rinunciare al mandato? In fondo è un quesito abbastanza semplice.
Forse non cosí semplice, però. Intanto: ti porresti lo stesso dilemma se scoprissi che un tuo cliente imputato di rapina ha effettivamente commesso quella rapina e magari ne ha commesse anche molte altre? Se addirittura scoprissi che è un rapi­natore professionista? No, non te lo porresti.
Perché no?
Per quello che ha detto Tancredi.
Perché c’è distanza, fra voi. Lui, il rapinatore, non fa parte del tuo gioco, quello dei processi, delle regole e della giustizia. Un giudice corrotto sí. Un giudice corrotto – non la sua esistenza, ma il fatto che sia tuo cliente, che il suo destino dipenda in parte da te – fa saltare il sistema, l’impalcatura, l’intero palcoscenico su cui finora hai interpretato il tuo personaggio.
La corruzione – e in particolare la corruzione giudiziaria – è diversa dalla rapina perché ha a che fare con il potere. Il potere di un giudice è mostruoso, se uno ci pensa. Può decidere della libertà e della vita di una persona. Non voglio fare nessuna retorica, ma è cosí. Il potere – ogni forma di potere – è una cosa accettabile solo se è trasparente, pulito, se è esercitato in modo uguale per tutti. L’articolo 3 della Costituzione, l’uguaglianza e cose del genere. Va bene, non stai facendo una conferenza. Però, cazzo. Con la corruzione il potere smette di essere controllabile e diventa inaccettabile. Insopportabile. Sporco. Ecco, deve essere questo il tema. Se questo tizio la fa franca continuerà a esercitare indisturbato il suo sporco potere.
Ma la corruzione giudiziaria c’è sempre stata. Inutile prendersela, è un problema delle procure e delle polizie, non tuo. L’imperfezione del mondo non è un problema tuo.
Sí, c’è sempre stata, la corruzione, ma cosí è diverso. Questa è troppo vicina. Lo sappiamo che nel mondo succedono un sacco di brutture e non possiamo indignarci davvero per tutte. Abbiamo riserve limitate di indignazione. Ma quando i fatti sono tanto vicini? Quando ti toccano, che devi fare? Un conto è non poter fare nulla – sai che c’è qualcosa che non va, ma non puoi farci niente – un altro conto è se nelle tue mani c’è la possibilità di reagire, in qualche modo.
Reagire? Reagire come? Forse dimentichi che sei un avvocato e che lui è un tuo cliente, forse dimentichi che ci sono dei doveri legati alla tua professione, fino a quando continui a esercitarla. Hai degli obblighi verso quel cliente, come verso chiunque si affidi a te. Il cliente è sacro. Se metti in discussione questo principio è finita.
E la giustizia? La dannata giustizia? Se quello continua a fare il giudice, come faccio, io, a continuare a fare l’avvocato? Che c’entri tu col fare giustizia? Lo hai detto, sei un avvocato. I tuoi doveri sono semplici: difendi al meglio il tuo cliente, non commettere scorrettezze, non violare regole deontologiche. Basta. Vuoi fare giustizia? Dovevi diventare magistrato se volevi fare giustizia e cambiare il mondo. Poi ci avrebbe pensato il mondo a farti cambiare idea, ma questo è un altro discorso.
Tutto quello che stai dicendo è solo un modo per sollevare cortine fumogene, per sfuggire alla responsabilità di prendere una decisione non ovvia. Un modo di mentire a te stesso. Dici che ci sono le regole deontologiche, la tutela del cliente, gli obblighi dell’avvocato per sottrarti alla responsabilità che ti deriva dall’aver saputo certe cose. Non è che ti nascondi dietro i presunti doveri professionali solo per evitare seccature, solo per evitare di scegliere? Solo per sottrarti alla fatica di fare delle distinzioni? Com’era la battuta di quel film bellissimo di Renoir – La regola del gioco? «Ho voglia di sparire in un buco… di non vedere piú niente, di non dover piú distinguere ciò che è bene e ciò che è male». È quello che vuoi fare tu? Sparire in un buco per non dover distinguere fra bene e male? Come ti sentirai fra dieci anni rispetto a questo? Cosa vorresti aver fatto, fra dieci anni?
Non li sopporto certi discorsi di etica da rotocalco. Allora andiamo sul concreto, lasciamo perdere le chiacchiere astratte. Vuoi denunciarlo? Vuoi raccontare tutto alla Procura di Lecce? È questo che stai pensando? Te lo ricordi l’articolo 380 del codice penale? È la norma sul patrocinio infedele. Il patrocinatore che, rendendosi infedele ai suoi doveri professionali, arreca nocumento agli interessi della parte da lui difesa è punito con la reclusione da tre a dieci anni, se il fatto è commesso a danno di persona imputata di un delitto per il quale la legge commina la reclusione superiore a cinque anni.
Reclusione da tre a dieci anni, chiaro? Racconta pure che hai delegato indagini illegali su un tuo cliente e che adesso vuoi affossarlo. È un’ottima mossa per finire sotto procedimento penale e sotto procedimento disciplinare, con garanzia di con­danna in una sede e nell’altra e con alte probabilità di radiazione dall’albo. Se la tua idea è di smettere di fare l’avvocato, è la scelta perfetta.
Questi discorsi sono un anestetico morale. Sfrutti le regole formali per sfuggire le responsabilità e il dovere di scegliere. È un vecchio trucco che usi da sempre. Ti riempi di bugie per giustificare a te stesso la tua vigliaccheria.
Tutti mentono. Chi dice di non farlo mai o è un cretino o è piú bugiardo degli altri. La salute mentale consiste nel trovare un punto di equilibrio fra verità e menzogna. Pensare di dovere – e di potere – dire sempre la verità è un’allucinazione da dementi.
In parte hai ragione. Mentire al prossimo spesso è etico, e sano, e sovente l’eccesso di sincerità nasconde – o esibisce? – le peggiori intenzioni. Mentire a sé stessi, però, è tutta un’altra cosa. Può capitare, a volte è necessario per sopravvivere, però se diventa una regola è solo un modo per divorziare dalla realtà, per proteggersi dal mondo, per non farsi raggiungere. Ma tanto il mondo e la realtà prima o poi ti raggiungono.
Vedi che non è mica in discussione che Larocca sia uno stronzo. È in discussione quello che puoi fare tu. Non sopporti di continuare a difenderlo? Va bene, è legittimo. Rinuncia al mandato, ma dopo basta. Scordati questa storia. Il resto non è compito tuo. Non fare cazzate. Comportati da adulto equilibrato.
Adulto equilibrato.
Chissà se ero un adulto equilibrato, chissà se lo ero mai stato, chissà se capivo anche solo il significato di quella locuzione, mi domandai scendendo dalla bicicletta e legandola a un palo sotto casa. Avevo pedalato fin oltre la Pineta San Francesco, arrivando in fondo al lungomare di San Girolamo, avevo riattraversato la città fino al parco di Punta Perotti ed ero tornato verso il centro. Non piú di una ventina di chilometri, ma ero esausto come se ne avessi fatti cento.
Coricandomi decisi che la mattina dopo avrei chiamato Larocca, o forse sarei andato a cercarlo in tribunale. E forse avrei fatto anche un’altra cosa, che mi parve tanto pazzesca quanto rassicurante. Pazzesca, ripetei, sprofondando in un sonno improvviso.

Il romanzo La regola dell’equilibrio è pubblicato da Einaudi.