VERONICA COMPAGNONE
Una topografia toscana

Ciò che piango non torna. Ciò che perdo sprofonda. Una geometria che sfiorisce e si disfa. E io
inutile Penelope a cercarne le trame.
Una Luminara muta che inghiottisco all'istante. Settantamila fiammelle che mi illuminano da
dentro. Intorno il buio. Il ricordo.
Primizia da scoprire. I miei occhi inondavano di fresco. E le parole più belle bagnavano l'autunno,
lasciando il nostro amore intatto. A brillare nella pioggia. In alto si allevavano aquile. In alto ci si
sbranava. Poscia, più che il dolor, poté il digiuno. L'amore mordace. L'amore affamato. E io e te
pronti alla muta. Liberarci persino delle piume. Solo nuda la verità ha senso.
Inseguirti. Prati viola. Castelli ocra. Sentieri blu. Brevi pause distesi tra la meraviglia. Morbidi i
giorni. Estrema dolcezza a impreziosirci il tempo. Le torri parallele ai nostri sogni. Pendente è solo
l'invidia. O la morte.
E poi il mare torbido e caldo dei bagni notturni. Alle spalle della città che dorme. I segreti lasciati
alle onde.
Aprirti i pugni. Baciarti i palmi coperti di accordi. Vissi d'arte, vissi d'amore. E tu con me. Il tuo
carillon all'ombra di lecci. La piazza ovale come uno specchio. E i miei desideri moltiplicarsi sul
tuo volto. E non ho amato mai tanto la vita! E l'ombra di una Tosca ingannata che si perde nel
vuoto ancora lontana.
Calarsi lungo la costa. Come sgranare le perle di una collana. Nel minuscolo cimitero di Santa
Lucia il tramonto ci sfiorava le nuche. Tu piegato sulla tomba di tuo padre. Io leggevo il dolore
dalla tua schiena. Dalla sua curva triste. Il dolore di ogni corolla finita. La fragilità di ogni petalo.
Mentre noi esistevamo. Pulsanti. Continuavamo. Penetrando nel verde. Pace dicono al cuor le tue
colline. E io cieca ti aderivo. Col fiato quieto. A fidarmi della primavera e del tuo passo sincero.
Ma la Maremma è amara. E tu iniziavi a zoppicare nell'ombra. L'uccello che ci va perde la penna. Il
cielo sbiancava di nuvole esatte. Era maggio. Qualcosa tremava. E a Volterra abbiamo perso un
figlio. Soffiato via tra i nostri errori e le nostre paure. Non condividevamo più la stessa forma. Si
possono abortire anche i sogni. E su strade disseppellite procedevamo coprendoci le spalle.
Guardinghi.
Il monte Amiata un ago nella pelle. La nostra, una lotta tra elefanti. L'equilibrio da trovare. Il vento
deciso a farci cadere. La fiducia barcollante piroettava in silenzio. E stanchi decisi a tornare a casa. I
capelli arruffati e nessuna parola cicatrizzante. Ogni tua domanda suonava come una scusa. La via
del ritorno antica e inesplorata. Siamo forti abbastanza. Ci chiedevamo con gli occhi. E le distese
dolci ai bordi delle strade ci accarezzavano i respiri. Ci baciavano i lividi. E non riuscivo a fermare
le lacrime. Legarmele agli occhi. Soffocarle oltre il volto.
Di notte poi sono uscita di nascosto. A San Rossore gli insetti erano d'oro. Cantavano piano.
Cantavano la fine. La nostra. E mi sono nascosta. T'aspettavo. Tardavi. E gli insetti bugiardi
cantavano la fine. Le stelle luccicavano in disaccordo. Io correvo. Fiutavo la tua paura. Lasciava
una scia rossa che confondevo con tutto. Io correvo verso di te. Unica mia luce. Senso. Voce. Tana.
Pace.
Ho ripercorso i nostri luoghi. I nascondigli dei nostri corpi. Scottavano. Li avevi lasciati da poco. E
mentre tutto si scioglieva, sentivo la vicinanza del tuo fiato rosso. I canali affollati di gente e di
parole. Sorrisi appesi ovunque e riflessi sull'acqua. Effetto Venezia. Un'estate lucente. Robusta.
Florida. Pronta a distruggermi. A gambizzarmi. Venezia Nuova. Venezia eterna. Venezia cortigiana
stanca approdata altrove.
Non so più dove ti ho trovato. Quella sera, eterna sera. Il tuo volto metà pesce e metà lupo.
Sbranava e piangeva. Piangeva e sbranava. Il tuo alito rosso. E io pazza. Perdevo sale da ogni poro.
Lanciavo le tue parole oltre il buio. Mi stavi allontanando. Andavi via e ciò che sapevo di me
si faceva fango. Ho dimenticato il mio nome. Io che non mi ricordo più di me stessa. Il mio nome.
Chi lo pronuncia. Un nome senza peso.
E le luci si accendevano sul mare, era un giorno strano. Ti stavo perdendo. Il tuo volto metà lupo e
metà pesce convinceva se stesso. Parole esatte. Soggetti verbi avverbi. E io disintegravo i nessi.
Coglievo solo le imperfezioni dell'amore, le contraddizioni del gioco. Pazza. Memorizzavo i tuoi
silenzi. E i contorni di ciò che non avrei più avuto. L'aria s'addensava. Diventava pietra ad ogni
nostro colpo. E per salvarci abbiamo spezzato il cerchio. Io sono uscita. Colei che perde.
Sola. Senza me stessa.
Oltre il confine. Oltre questa tua terra che ho amato. La tua Toscana. Dove ogni pietra a te mi
riporta.
Altrove. A leccarmi le ferite. A dare nuovi nomi alle cose. Ad assemblare me stessa. Oltre il confine.
Lontano da te e dalle tue orme. A chiedermi dove si fermi la fuga e poi inizi invece la partenza.
Come si contendono il tempo. Quand'è che sono andata via senza scappare.
Ho un letto nuovo, che neanche sospetti. Il mio sonno lo conosci. È lo stesso. E una notte nevicava
e ho ripreso a sognare. Incredibile. Era una notte grande e compatta. Una notte inodore. E i miei
sogni luminosi. Al centro di tutto quel silenzio. Non trovo più i tuoi capelli sottili sul cuscino.
Accelero. Io con me stessa oltre il confine. Il visibile, nuovo, che si schiude. I miei occhi sono
pronti. O forse si romperanno. Io a bocca aperta per avere tutto. Io oltre il confine. In cerca del volto
che avevo. Prima che il mondo fosse creato. Prima di te.