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GIOVANNI ASMUNDO
Viaggio metafisico nella Toscana archeologica

“La notte, unica notte perenne ricopre i tuoi occhi infiniti!
Ma li raccoglie Giunone e li colloca sopra le penne
del suo pavone, a cui empie la coda di gemme stellanti.”
Ovidio, Metamorfosi, trad. di F. Bernini, Bologna, Zanichelli, 1986

I. Cosa

L’aria era nostalgia di cipressi
o perduto fuoco, perduti banchetti
sonante vanità dei nostri flauti e cembali.
L’alba non svelava nulla dei segni
scriveva con le dita alfabeti appesi ai muri.
I vasi antichi polvere e cocci
le rondini non predicevano l’oltre.
Soprattutto non riuscivamo ad afferrare il senso
di quei sorrisi di pietra.

II. Tarquinia

Trovandosi dinanzi il vasto abisso
tentammo di abitare il manto notturno
giacché il giorno feriva i nostri occhi.
E l’immagine era dipinta e così il cielo
d’intonaco bianco.
E giacquero la caccia e la pesca
giacquero al tacere dei rumori.
Eppure avevamo guardato dalla sporgenza
con tale attenzione
per assicurarci un pallido meriggio
ma quando rialzammo le ciglia
si era fatto oscuro.

III. Vulci

Godemmo della vostra luce, albe effimere.
Così la terracotta fu scelta, sposa lieve
guance d’argilla e trecce d’acqua quieta.
Ma la gioia del vivere era tanta.
Il sarcofago ci rese unica figura
le labbra rimasero increspate sui volti.

IV. Populonia

Ineluttabilità di stelle austere
divine, su colline cosparse di conci
morbide fino all’orlo di spume
del mare, mantate da lingue di mirto.
Petrigne, assistono con distacco
alle vite degli uomini scolpiti
danzanti al profumo dei pini.

V. Timignano

Sul colle una carcassa di città cetacea
e due strade di sassi riaffioranti
da una vastità fatta di tumuli e arsura
senza aggiunte, solo massa, compattezza
di zolle marroni, di oro bianco
unica pelle levigata e bicolore
fianchi modellati fino all’orizzonte.
Né aspra né prospera, immutata
a ridosso di sè, fuori dai tempi.

VI. Fluviale

Tra le lunghe corna dei fiumi
indorate dal sole benigno
scivoleremo sulla superficie
i pensieri a vele triangolari
gonfi fluttueremo fino all’ultima torre
fino all’ultimo approdo di pali fangosi
fino all’ansa ove si annida il porto sepolto
aleggeremo tra le voci custodite
scintillanti su onde all’occhio insensi
eppure paghi del nostro percepire.

VII. Tirrenica

Nel grembo dei concavi fasciami
riluceva appena l’ancora d’argento.
Le notti seguivano notti
barbare alle brume del mare turrito.
Per casa ormai soltanto l’occhio spento
come pesce affogato sulla prora.
Sbarcati tra i resti dei fiumi
zoppicando ci sembrava di lasciare
orme sulla sabbia delle dune infrante.
Fuggendo dagli arbusti, tornavamo
ad affondare i piedi in una torbida laguna
protetta dai cordoni delle spiagge.
Oltre, la schiuma muta del mare mangiava
le nostre polene perdute.
Le stelle erano tutte spostate.