GABRIELE CECCHINI
Gli acquerelli di’ Niccolai

Quel giorno Mario Niccolai decise di fare il suo solito giro al tramonto, invece che all’alba. «Chissà che non salti fuori qualcosa di interessante, accade quasi sempre con le novità» disse alla moglie che, alquanto sbigottita, lo guardava prelevare la bicicletta dal garage. «Stai attento, mi fai paura, è quasi buio...» si raccomandò lei.
Durante il percorso che faceva ogni giorno, ormai un rito in piena regola, Mario passava a trovare i tre fratelli e la sorella che vivevano tutti lungo la Strada Provinciale 4 Volterrana, a testimonianza che la famiglia Niccolai era unita e coriacea. Verso le sette partiva da casa sua, la prima delle cinque, con direzione Castelfiorentino. Fin dalla nascita avevano vissuto per tanti anni proprio nel cuore della Val d’Elsa, a Castagno, poco lontano dall'attuale dimora di Mario, per poi spostarsi chi più chi meno lungo una linea a forma di uncino. Tino, il maggiore, veniva subito dopo, a Ceneruzzi; poi Giorgio a Sant'Agostino appena fuori Gambassi, Dora a Chianni e infine Laerte a Borgoforte.
Dopo che i genitori erano morti, più di vent'anni prima, avevano lasciato che il vecchio casale dov'erano nati andasse in malora ed ora non era altro che un mucchio di pietre. Nessuno di loro aveva né soldi né intenzione di buttarlo giù per tirarlo su di nuovo. Così tutto era rimasto com'era: il podere con la vigna, gli alberi da frutto e quel mucchio di sassi impolverati: una sorta di tempio presso il quale andare ogni tanto a pregare e ricordare. Per Mario era sufficiente sporgersi dalla finestra del bagno per vedere quel reliquiario, e spesso lo faceva; l’inquietudine e i ricordi lo assalivano come un vento infuriato.
“Siete dei sentimentali voi Niccolai” dicevano in paese, che a saper leggere tra le righe significava: “siete dei fannulloni a lasciare tutto come sta”. Ma era più forte di loro: quel santuario rappresentava il legame profondo che li univa. Ogni qualvolta si verifica un litigio o un distacco, una fitta rete di smarrimenti e dolore li incatenava e allo stesso tempo li proteggeva. A momenti questo senso di appartenenza diveniva una condanna, più che un rifugio, ma non sempre è facile distinguere l'una dall'altro.
Il viaggetto in bici di Mario in qualche modo era una scusa per vegliare sui fratelli ed essere tranquillo.
Negli anni fertili la madre e il padre avevano compiuto un lavoro mirabile, con lui soprattutto, l'unico dei cinque che, non a caso, in paese veniva chiamato semplicemente “Niccolai”. Quel vincolo così forte sapeva essere opprimente o maledetto e il peso che ne derivava, giù in fondo alle viscere, assumeva le tinte di un diabolico inganno. Niccolai dava tanto e riceveva ben poco in cambio. Sentiva la mente riempirsi di perplessità e ombre, eterni arrovellamenti che mai trovavano soluzione, pugnali appuntiti abbandonati dai genitori nelle sue tasche. Il poveretto non era del tutto conscio di queste sensazioni, le subiva e basta, non era in grado di dar loro un nome o un'origine. Era Teresa, la moglie, che lo rintuzzava per quel suo senso del dovere nei confronti della famiglia così radicato in lui; oh lei era unica nell'unire cause e conseguenze, fatti e antefatti. Lo faceva sentire stupido.
Fin da bambino, Niccolai, benché fosse il minore dei cinque, fu destinato ad essere colui che avrebbe dovuto accudire ai fratelli, facendo in modo che la famiglia restasse unita.
Spesso certi fardelli ci attendono sull'uscio delle nostre stanze ancor prima che nasciamo, e non c'è niente che possiamo fare per liberarcene
Quelle di’ Niccolai non erano vere e proprie visite, nel senso che il più delle volte si limitava a fermarsi sulla strada senza scendere dalla bicicletta, tirava un urlo, aspettava che i fratelli venissero verso di lui per scambiare due chiacchiere, una risata... tempo cinque, dieci minuti e ripartiva; sovente era sufficiente anche un saluto da lontano - dalle finestre, dai campi. Abituati a quelle visite discrete e davvero tenere, i fratelli lo attendevano ogni mattina con gioia, era diventato il loro modo di iniziare di giornata. Per lui, era una maniera di assicurarsi che tutto andasse come doveva andare.
Dal canto suo, Niccolai conduceva un'esistenza serena, equilibrata e le sue giornate ruotavano attorno al piccolo negozio di alimentari che gestiva da più di trent'anni assieme alla moglie. I figli se n'erano andati - Sergio lavorava a Milano, Lea si era sposata e viveva poco lontano, a Castelnuovo D'Elsa - e ai due non restava che dedicarsi alle piccole cose del quotidiano: feste di paese, compleanni a casa di qualche amico, raffreddori passeggeri e lavoretti attorno a casa. Niccolai non aveva mai avuto grilli per la testa, non c'erano sogni da rimpiangere o desideri inconfessati, con la sola giovialità aveva superato ogni tortuosità del vivere. Arrivato ai cinquantanove anni, gli bastava ciò che aveva. E il suo aspetto non faceva che confermare questa sua attitudine: fronte distesa, occhi dolci e un sorriso che ingombrava tutto il volto.
Differente era il caso dei fratelli: avevano tutti qualcosa di cui lagnarsi. Individui ombrosi, a tratti tetri, non conoscevano il buon senso e la pacatezza. Niccolai doveva continuamente porre loro dei limiti, come si fa con le piante rampicanti, o peggio: doveva farli sentire vivi. “No, questo no, non lo puoi dire, perché la vedi così? No, no, non è come credi tu, stai esagerando. Perché non ti accontenti mai? Prova a pensarci su, considera la questione da un altro punto di vista”... Ce la metteva tutta per arginare i loro demoni, e ci riusciva quasi sempre.
L’affanno generato da questa operazione di accudimento era talmente intenso che non sarebbe molto lontano dalla verità affermare che Niccolai viveva non una, ma cinque vite, e che le rispettava tutte più di quanto facessero i fratelli.
Tino aveva sul groppone un affare finito male, che consisteva nel tentativo di mettere su una produzione di vini tutta sua. Rimuginava ossessivamente su ciò che era andato storto, e a Mario faceva una tenerezza immensa. Non era mai riuscito a superare quel dolore, e nemmeno la moglie, che se n'era andata cinque anni prima. Ora Tino viveva solo e lavorava nei campi sotto padrone. La figlia Maria viveva a Firenze, faceva la commessa, e non si preoccupava troppo del padre.
Giorgio, il secondo, aveva un animo semplice tendente alla ritrosità, trascorreva le sue giornate in compagnia dei suoi canarini in gabbia, nel garage di casa - ne aveva almeno cinquanta coppie - mentre Francesca, la moglie, che certi giorni non lo vedeva nemmeno per i pasti, si trascinava tra una casa e l'altra delle vicine per non restare sola tutto il tempo. Giorgio e Francesca aveva avuto un solo figlio, morto tanti anni prima per un tumore all'intestino. Avevano l'aspetto di certe figurine di cartone marrone ritagliate dai bambini. La moglie aveva sempre mantenuto il marito con i soldi ereditati e i lavoretti di cucito che faceva. Non parlavano molto e durante le feste erano sempre i primi ad andarsene con una scusa.
Dora, sessantacinque anni, a suo tempo era stata una bellissima donna; negli anni aveva cucito la propria vita attorno a questa sterile e tagliente definizione, facendo sì che dentro tante cose sfiorissero, lasciandole addosso un senso di incompiutezza e solitudine che mai trovava sollievo. Restavano ahimè con lei i tentativi di apparire ancora bella, la costante ricerca di un complimento, la voglia di finire a letto con qualcuno che potesse “scaldarle il cuore” (o meglio quietare l'angoscia). Non si era mai sposata, faceva la lavapiatti in una locanda di Pillo, e la sera quando tornava a casa in macchina, sola e senza nessuno che l'aspettasse (se non un fiasco di vino rosso) ripeteva a se stessa ad alta voce che aveva sbagliato tutto, ma che ormai era tardi.
Infine Laerte, l'ultimo prima di’ Niccolai, era l'eroe dei due mondi; anch'esso di bell'aspetto, aveva raccolto la sfida di quel nome mitologico cercando per tutta la vita di diventare il divo della famiglia, il condottiero che avrebbe portato i Niccolai nell'empireo dei grandi. Fallì miseramente su ogni fronte. Questa sua maestosità l'aveva allontanato dagli altri ed era il più odiato e criticato dal resto della famiglia, anche perché non aveva realizzato niente nella vita. Lavori mollati, amici traditi e affari loschi. L'unico che ancora riusciva a farci un discorso era Mario, gli altri non nascondevano il dispetto e la rabbia nei confronti della sua leggerezza che sfociava nella disonestà.
Dopo circa dieci minuti di viaggio, Niccolai si fermò sul ciglio della strada, impensierito. “Stamattina non mi hanno visto… perché non si sono preoccupati per me?”, la moglie non aveva riferito di nessuna telefonata, sul cellulare non c’era niente...
Riprese la sua marcia, in preda ad uno strano presentimento. La mente iniziò a macinare e non c’era modo di fermarla.
Che fossero morti? Tutti e quattro?! Impossibile. “Sei proprio ridicolo, a quelli non frega niente di te… andare a pensare alla morte, puah!” avrebbe detto la moglie.
Alcune immagini lontane annebbiarono la sua proverbiale calma: la madre che chiamava dalla finestra sul retro i fratelli, ma non lui; una zuffa di bambini nel mezzo di un campo col grano appena tagliato nella quale Tino si era alleato con i nemici; la voce della sorella che, credendolo addormentato, gli sussurrava all’orecchio: “tra tutti i fratelli sei il più molle, inutile”; Laerte il giorno del suo matrimonio, che indicava il vestito di Teresa ai fratelli e tutti giù a ridere…
Tentò di distrarsi pensando alla campagna che stava attraversando, a lui più familiare e cara delle persone, in fin dei conti. «La natura non ti tradisce» commentò ad alta voce. I raggi del sole, piegati a terra come un’ombra allungata all’orizzonte, attutivano il verde smagliante dei campi creando un pulviscolo di sensazioni nuove; i confini delle cose assumevano tratti smerigliati, imprecisi come di acquerello.
Niccolai rallentò a fatica la corsa delle sue gambe allenate come un treno che si blocca sui binari e prende una strada sospesa nel nulla; chiuse gli occhi per un secondo e quando li riaprì fece in modo di cogliere con lo sguardo ogni particolare di quell’ora fatata, con l’improvvisa certezza che in fondo non c’era molto di più da desiderare nella vita di ciò che già aveva. Era giunto il momento dunque di lasciare andare qualcosa di quell’affaccendarsi attorno ai fratelli? Ciò che la moglie andava berciando da sempre in modo poco gradevole, cioè il fatto che al resto della sua famiglia non importasse nulla di lui, aveva ora i contorni netti, decisi di una tetra consapevolezza. Niccolai osservò che era buffo che proprio quando il paesaggio affondava nell’oblio di un oscuro acquerello le verità sospese nel meriggio del tempo prendessero corpo e luce come mai era accaduto prima di allora
Arrivò davanti a casa di Tino, non rallentò, tirò dritto senza nemmeno un cenno della mano. Vide che in cucina c'era la luce accesa, una figura di spalle stava armeggiando alla stufa a legna. Provò un brivido giù per la schiena: un bel quadretto che non occorreva più ritoccare. Che Tino pensasse a sé.
La notte nel frattempo continuava ad avanzare. Aveva calcolato male i tempi? Oppure quel disvelamento repentino, per quanto tardivo, aveva provocato un rallentamento nello scorrere del tempo? Proseguì.
Giorgio lo trovò in giardino, vicino all'olmo, con una gabbia di uccellini in mano; la schiena rivolta alla strada e il tronco piegato di lato, sembrava un albero a sua volta. Chissà dov'era quella smidollata di Francesca. Il fratello non si accorse nemmeno del suo passare silenzioso. Altro acquerello, sempre più scuro.
Arrivato a Chianni, Niccolai passò la Pieve di Santa Maria Assunta con il suo profilo maestoso e i ricordi di tante messe domenicali. Chissà perché le Chiese di notte gli mettevano un vago senso di mistico abbaglio, gli veniva da pensare ai Cristi e alle Madonne dei quadri appesi all'interno che se ne stavano al buio come in attesa di un miracolo, alle candele spente e ai vetri colorati dei rosoni che lasciavano entrare un poco di luce lunare nella navata principale deserta. Nutriva una grande curiosità per la vita dei preti al di là delle benedizioni e dei riti religiosi, sull'andare a dormire e mangiare solitari dentro i conventi e le parrocchie, sulle passeggiate attorno alla Pieve, sulle ore di preghiera... “Sei un prete mancato” diceva la madre quando da bambino le confessava queste storie.
Giunto dunque davanti a casa di Dora, vuoi forse proprio a causa di questi pensieri, vuoi perché nutriva per lei una predilezione e un istinto di protezione più spiccati che per i fratelli maschi, ciò che vide lo sconvolse.
Dora dormicchiava seduta, appoggiata coi gomiti al tavolo da cucina, e nel bagliore tenue della lampadina che penzolava sopra la sua testa Niccolai non poté evitare di vedere una polvere di barlumi cristallini sulle guance.
Aveva pianto. Ecco, in questo caso dovette controllarsi, fu solo appellandosi al buon senso che gli diceva che era buio ed era tempo di tornare a casa che si trattenne dal fermarsi e andare a consolare la sorella.
L'infelicità e l'indissolubilità di certi castighi non mancavano mai di commuoverlo, e cos'era Dora se non un'anima in pena che portava la dolorosa croce di un destino solingo e disperato?
Continuò a pedalare, sempre più veloce. “Niccolai, non ti fermare” diceva nella mente.
Ecco Borgoforte. Quel fannullone di Laerte lo trovò che sonnecchiava disteso sulla panchina davanti alla sua minuscola casa. «La faccia dell'impudenza, guardalo che balordo!» silurò a voce alta mentre, arrivato all'ultima tappa del suo percorso, curvava per tornare indietro.
«Mario!», una voce nel buio.
«Sei tu, Laerte?», l’aveva forse sentito? No, doveva aver sentito i freni della bici, aveva sempre avuto il sonno leggero.
«Sì, chi vuoi che sia? Come mai non sei passato stamattina?»
«Ho pensato di venire stasera».
«Ah, pensavo ti fosse successo qualcosa».
«Hai chiamato a casa?»
«No».
«Ti saluto, buona».
«Verrai domattina?»
«No, credo che non verrò, farò un altro giro, su verso Case Nuove».
Laerte non chiese il motivo di tale decisione, si limitò a guardarlo andare via.
«Mario! È buio, ti potrebbero ammazzare, vuoi che ti riaccompagni io con la macchina?» gli strillò dietro.
«No, ma che ammazzare! Ciao» si accomiatò Mario.
L'uomo riprese la strada di casa, era piuttosto lunga, ma come tutte le storie semplici che gli raccontava suo padre, che gli lasciavano in bocca il sapore dolce, fermentato del mosto oppure quello acidulo delle ciliege non ancora mature, anche quella giornata si era risolta per il meglio, portando all'orecchio di chi sa ascoltare nuove idee ed epifanie.
Gli acquerelli che aveva visto quella sera, quattro per l'esattezza, immersi nell'ombrosità di un mondo che andava sparendo sotto i suoi occhi gentili, avevano portato con sé la consapevolezza definitiva che i fratelli potevano cavarsela da sé, anzi che era giunto il momento di lasciarli andare, come già tempo prima aveva fatto con quel mucchio di sassi impolverati.
Sua moglie lo stava aspettando per cena, sicuramente era in pensiero. Niccolai la poteva vedere davanti ai suoi occhi, appoggiata coi gomiti al davanzale della finestra che scrutava la strada.
Non era un acquerello, questo no.