MAURO BARBETTI
Di una città (Livorno 2106)

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno,
è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni,
che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti:accettare l'inferno
e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:
cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno,
non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
(da Le città invisibili di I. Calvino)

Colpisce
il profondo silenzio del frastuono
della vita che non vuol lasciarti
spazio alle domande
da certe cose certa gente
non guarisce mai
dall'ansia notturna
dal vizio di pensare
In prima linea
sul fronte cittadino
tracciano la sera luci
auto vanno per accumulo
tangenti tangenziali
tangibili all'abbaglio

Il nome lo si scorda
come si scordano cose
senza occorrenza
semplice moviola o ricorrenza
rivedere i toboga delle strade
la fretta della gente le vetrine
come fosse il vuoto conformismo
la moda la pruderie la norma
a fissarci tutti in una stessa natura
- vera democrazia -

Ascolto il sifone degli scarichi
delle mani colme d'acqua
e di sapone che non netta
Da mezza finestra
scorgo gente che si spezza
contro i vetri
ascolto passi sul selciato
verso auto e galassie lontane
di uffici negozi centri commerciali
i piedi di un mondo
che inzacchera
strade e marciapiedi
nella metà inferiore
dei palazzi

Si dovrebbe partire da un ricordo
ma servirebbero dati inoppugnabili
non questi
che puoi reperire
un po' ovunque a caso
Dovrei cominciare dalla mia casa
indistinguibile eguale a tante altre
da mio padre morto presto
o da mia madre poco viva
anche allora
Ne è conseguenza
lo scatto trattenuto
un'adolescenza stretta
al troppo tardi o al troppo presto
    - mai a misura -
ma la poesia (quella sì) la poesia
la coltivo ancora
Come una rivalsa

Dirsi dell'omologazione
del duro tanto a nascere
quanto a morire
di un vivere frazionato
in strade viali piazze
centri direzionali
Z.T.L. e zone P.E.P.
dirsi del ritorno e del tempo
in un quartiere già invecchiato
aspetto d'abbandono adesso
d'aggregazione casuale
ritrovo dismesso
o albergo ad ore

Il nascere a caso
in un qualche luogo
non autorizza
un legame solidale
un'adesione certa
Qui i dettagli
ci informano d'un quadro
ma pare ignota la mano
il committente la data
la cornice scivola nel mare
e la città ci vive sopra
Questa è un'altra sequela:
che non si è più marinai
né si prende il largo
all'alzarsi di una vela
Rifiuta questa idea l'orizzonte
raramente svela l'oltre
spesso annuvola e si nega

Dalla terrazza Mascagni
si sorveglia il mare
- un mare addomesticato di città -
A noi tutti qui
sarà capitato un tramonto
un fremito d'aria attorno
l'intuire d'altra sponda
poi    l'ombra dalla Meloria
che sopraggiunge
e ci disperde

Delle vie circondariali
sento la mancanza:
era una geografia limitata
ma sicura a nascondino
per tutto il tempo che durava
C'era poi chi tornava a casa
senza dire nulla
e senza essere tanato
A chi lo cercava ancora
restava un nome
privo di significato

Che la promozione in serie A
la si ricorda ancora
le bandiere alle finestre l'attesa
i caroselli delle auto poi
e la rimozione di un lontano
di crisi e recessione
quasi fosse l'orgoglio
d'una nuova nata repubblica
Durò qualche manciata
d'anni il sogno
Tanto può concedere
il calcio ad un pallone
Intanto si chiudevano le fabbriche

Passare per passare
Andava da dio non aver tensioni
non sentire la minaccia
di un angolo venuto incontro
l'immaginario deflesso
da un rischio da un archetipo di belva
o la risoluzione del coraggio
Qui si potevano crescere bene figli
c'era lavoro c'era futuro
e tutto lo struscio di un sabato pomeriggio
Dove passare per passare

Le parole della crisi
perfettamente celate
dietro sigle - Trw Eni Mtm
ciò che non si capisce
non si conosce
- se i numeri
parlano di utili comunque
a fronte degli esuberi -
e altre parole nuove promesse
premesse divenute epiloghi
progetti su carta e aree dismesse
Odeon Porta a Mare ex-Delphi

Dunque si potrebbe
partire: c'è un porto
un aeroporto non lontano
una stazione assi attrezzati
dal centro alla periferia
e noi le guardavamo le valigie ai moli
fin dentro ai proprietari
le camicie a fiori la bigiotteria
le foto e i fotoritocchi
un sorriso costretto da imprevisto
uno spruzzo acido e improvviso
una sera avanzata presto
tra mezze luci e mezze oscurità
Che non si è più partiti

La nettezza urbana
fa del suo meglio
lo sporco è l'unica filiera qui:
sarà la brezza del mare
che smuove gli angoli profondi
la salinità nell'aria
un particolato denso e pesante
che piove dall'alto al fondo
che si calcifica in strati
sull'emissione dei fiati
sulla remissione dei fiati
sugli amen e i vivaddio
e la decodifica dei riti

Le strade dissestate
provocano cadute
e mai resurrezioni
un'esistenza da Adamo ed Eva
poichè la foglia non nasconde
indica lì dove è marcata differenza
dov'è il dolce e il dramma
del tenersi ancora insieme
in questi anni da scontare

Professa il modernismo
con parsimonia la città
vive ancora
di un modesto benessere
come fosse a lungo ripetibile
Di questo mi confermano
i ritardi accumulati
su tutte le agende del mondo
dentro uno spazio notte
che si restringe indietro
- ricordo un riflesso biondo
che andava e veniva
oltre le spalle e i seni
e un aldilà segreto
senza più punti di ripristino -
Resta
la persistenza di zanzare
la sola
a ricollegare gli anni