NICOLA BARONTI
I fatti di Santa Lucia

La fenomenologia quotidiana della guerra
(27 luglio 1944 – 27 luglio 2016)

Dedicata a Luigi, Ferruccio e Silvano
a tutti gli ”anonimi” morti in guerra

(Montalbano, 1944)
Sono stelle artificiali in scoppi improvvisi
i ponti del Montalbano brillano e saltano
per farci sentire più soli in notti a venire.
Sono i nuovi astri e i Magi sono figure
che doni non portano, forgiano dubbi
l’animo induriscono con invasive favole
di ombre oscure alle pareti scorse e io
che le storie ho letto in ordine preciso
questo disordine ignoro salto il vuoto
di volta in volta, colmo ormai di paura.

I sorci s’erano acquartierati in casa Banci
s’estendevano in propaggine alla
chiesa
per smistare fucili e dolori in dormiveglia
alle pendici del monte. Persero le tracce
di due compagni andati in perlustrazione
della guerra tedesca e la guerra tedesca
addosso ci cadde. Durante la ricerca
i militari catturarono uomini e farfalle
alle ombre tirarono, il giorno stuprarono.
Quaranta uomini rastrellarono crocifissi
al muro della chiesa che guarda la vetta
allineati sotto il medaglione del priore
inermi alla condanna della pace eterna.
L’altra pace tornò nella sera singhiozzante
insanguinata del sacrificio di tre sfollati
dallo straniero per caso incrociati nel fuoco
della paura, all’ora
insolita della campana.

(Sfollati)
Sfollati dalla massa nella massa nascosti
tra radici e grotte ancestrali. Non siamo
individui nel destino che anonimo cadenza
il tempo e un finale prepara. Siamo figure
migranti dalla valle al colle per restare
indifferenti, sfuggire la sorte di un numero
estratto per ventura che nella rete cattura.
Sono questi boschi intricati la nostra specie.
Il corpo di vene ramificato, forti arterie
che dalla terra al cielo in un senso divino
all’infinito trasportano, nei bassi rami
tentano di trattenersi, in qualche cespuglio
per poi arrendersi, un verso scegliere
nelle cime in fiore, trionfanti di umori e odori
o nelle viscere tornare, ai sassi omologarsi
alle apparenti inutili e insensate cose.
Siamo la coscienza nell’intricato verso, ora
che verso il basso sacrifico l’ultima speme.

(I sorci)
escono a pattugliare e studiare la fuga
il monte quasi bucare per trovarsi altrove
nel versante nascosto come mia madre
infilza un bottone perso. Chi ha sparato
la prima parola non è dato sapere.
Due nemici amici si sono divisi la sorte
di quella paura ancestrale contagiosa
nella voce del tempo d’attesa. Impazza
l’Ortro bicefalo diviso per strade opposte
nei boschi dai mille occhi occhi sfollati.

(Adamo di Santa Lucia)
Tra la capanna e il rifugio noi viviamo
in cinquantadue, un forno al giorno
madre terra acqua potabile fornisce
dall’ingenua sorgente del Tromba.
Nel covo nascosto di terra m’allatto
m’annusa l’orfana fiera non mi cura
terra con terra confonde, polvere
e sottile sudore modellato in primitiva
coscienza, radice umana senza volto
senza passaporto, senza identità.
Voglio restare la zolla sotto la foga
della mia vanga, la luce del giorno
scontare dal peso, attendere che il seme
riesploda erboso da covate di parassiti
che di fame nello stomaco mi crepano.
Sono albero tra alberi, sasso tra sassi
mota tra terrecotte, uomo tra uomini
lì davanti, a rovistare tra comuni rifiuti
l’uno all’altro speculari alla divina paura
in cerca d’un articolo determinativo .

(Il cielo caduto)
Là dove rifugio trovarono alle radici
degli alberi la volta è invece caduta,
come il morbido cielo che ora m’avvolge
in un caldo azzurro plaid che indossa
la mia bambina inventandosi storie
di fate e di giganti. Così il sibilo e canto
di tre uomini nel mezzo d’un gioco
di carte finisce, divorati da mano
sfortunata, senza rivincita e perdono.
Una fossa quadrata per il cielo caduto
sui compagni di morte, tre crocifissi
nella tua pasqua di sollievo e di pace
in un evento senza tempo agli occhi
indagatori che con la mente rimanda
a scene contemporanee di barbarie
studiate stragi e sommerse guerre.
Non ci sono lì deposti Cristo due ladroni
ma tre uomini che la morte accomuna
stringe e sbolla nei loro ultimi respiri
come aneliti di pioggia estiva nel bosco
pervasi del muschio rovente al ferro
in alto evaporato d’incenso simulacri .

(La crocifissione pagana)
Non si ricordano i nomi. Non servono
in certi momenti. Anche oggi si stenta.
Senza essere scelti per naturale genia
o corolla, senza petali conta l’identità
di genere, quell’umanità rea e dolente
di loro figlia, nel quadro disintegrata
in barlumi di luce e colori, avventata
sui resti di cibo, di chi il corpo vende
o della madre contadina, Maddalena
stesa abbarbicata ai bracci di croce
pudica in un drappo umano e divino,
madre amante amica non serve sapere
alle sfollate anagrafi e apolidi pensieri
di chi lontano si dispera per i congiunti
a braccia sollevate, il volto nascosto
il dolore, la scampata fossa esorcizza
d’identico destino il condannato graziato
al cielo volge incredulo per un tempo
che l’animo risparmia e dell’altra vita
ladrone fa sentire nel macabro dubbio
d’essere mai certo di salvarsi o dannarsi
fino all’ultimo chi beffardo deride
la cruda verità in scontata quotidianità
chi nel giro di chiacchiere sputa sentenze
asservito da storia, mentre l’attenzione
sul tavolo compone gli umani resti
simboli di passione d’un venerdì santo
seppure non siano alibi o strumenti
per insane crudeltà il martello i chiodi
a chiudere la cornice, le umiliazioni
le parole vacue che l’anima trapassano
trafiggono, per sempre, come i coltelli
che il loro volto sugli alberi incidono.

Non servono la storia le lapidi e i nomi.

(Il paesaggio nervoso)
Il torrente è una mitragliatrice, il fruscio
è segnale di guerra, il colore è la mobile
traccia dove affondo e non comprendo.
Porto come compagna una paura antica
senza il primigenio sentore civilizzato
d’una forza immortale, malgrado tutto.
Fuggo, non mi trattiene l’ira chiassosa
ai vertici di opposte profondità rimbalza
il timore del cielo alla bestia infernale
nella bolgia ai cuccioli radicata. E quando
quel grido spalancato dalla bocca folle
protratto nelle orecchie è giunto, dal nulla
tra lunghe pause, come animale decollato
non sa il perché morire, nell’incertezza
scorante della morte mi sono battezzato
e perdonato. Dio m’ha esaurito le scorte.

Nell’attimo ho rincorso i sentieri vissuti
per il vortice infernale alla meta sceso
fratelli siamo delle due facce di medaglia
spesa da una madre matrigna che vive
la sconfitta di figli come il sollievo
di altri sgranando, tra gonne e pieghe, preghiere
nascosti scongiuri, mantra e mandala
di bianche pietre come passi di poesia.

(Le equazioni umane)
Ci sono equazioni di uomini diversi
dalla storia scritte per strane voglie
o sottili quotazioni avveniristiche.
Moltiplicazioni di esseri, un fattore
umano transitivo, da destra a sinistra
come se ci s’abbandonasse al fato
naturale, di stranieri ed emarginati
che l’importo alza come una muraglia
tra popoli etnie e razze calcolato
nell’ignoranza di specchi, dei falsi
invalidi d’una storia forse smarrita
dentro portata e mai considerata.
Non è paura la consapevolezza
d’un mondo diverso oltre il confine
diviso da un muro e morte evocati.
Si teme lo strumento in mano altrui
per l’ignoto più reale e convincente
d’un sogno. E di democrazia si scrive.
Di quella doppia libertà per il poeta
che canta e dona senza la metrica
l’ordine al canto di un folle passato.
Di quella libertà che il martire scopre
inconsapevole per l’altrui perdono.

(L’esitazione divina)
Il comandante tedesco è un idealista
il martirio una scusa per il popolo ferito
così il canto della vita divora se stesso
come un canone al punto di partenza.
Non si giustifica quella musica ebbra
nella notte più cupa quando l’ordine
soltanto comanda: forse è l ’insita paura
d’aver errato, alla verità d’arrendersi?
Nella guerra perdono tutti, vivi o morti
per il riflesso nell’anima degli eventi.
Anche quando massa e uguaglianza
nuovi dèi proclamano gli ultimi restano
nella loro miseria atavica intrappolati
al velo d’un cielo a strascico caduto.
E l’innocenza perde dall’innocenza
altrui, per l’esitazione divina, il silenzio
assordante che ci divide addossati
alle nostre paure, vittime e assassini
nel tormento antico dell’animale ferito
amputato, che la faccia non mostra
al destino del bosco mentre il torrente
impetuoso macina ciottoli e sacramenti
assordanti finché la sorte scompagina.

A sera i due nemici tornarono
l’umana equazione venne azzerata.
“Ci devono liberare!” gli ostaggi
gridavano e giustizia chiedevano
anche se mai sarà un pareggio.
“Liberi siamo!”. Di quell'ebbrezza
superiore che ogni catena spezza
il pensiero insegue, il cancello oscuro
sfonda, il centro del colpo di grazia manca.
Anche se dentro erano morti
prima
ancora dell’ora canonica.

(Incendio doloso a Santa Lucia)
Cerco il capro espiatorio d’un verso
il cattivo della storia, il piromane
falso inconsapevole, solitario cacciatore
nel bosco conteso al deserto ingannatore
ora che la strada ha segnato la meta
il confine indicato tra l’esplosa estate
e quell’inverno perenne di scheletri
anneriti che l’altro pensiero confina.
Quando al tramonto gli ultimi raggi
lo sterrato cammino raggiungono netti
serbano i colori, dentro la vita m’affoga
mi perdo ogni desiderio dalla poesia
inappagato. In un paesaggio nervoso
frammento olivi dall’anima stravolta
viti a sterpaglia condotte, lontano
le nuvole brumose inanellano castelli
su piccoli colli, vertigini biancastre
le cime alle spalle. Sul baratro del verso
afferro il presente al balzo d’immagine
per pulsione e rabbia dei segni lasciati
dai turisti della valle e di quel vandalo
nostrano che sul muro scrive: che schifo!

Cocomero non era il nome di battaglia
partigiano si disse per maldestro coraggio.
Quell’arma nascosta in tasca dalla paura
segnò la sua colpa e una doppia condanna:
dei compagni casuali alla morte rastrellati
degli assassini la scontata giustificazione.
In gioco messo per la convenienza di tutti.
Quando i sussurri malevoli gli giunsero
il vento fischiava dalle fessure della stalla
in cui il destino s’attendeva, la calunnia
nell’erba inaridita dal branco calpestata
s'attorcigliava alta sulle gambe di figuri
dalle pareti materializzati a poco a poco
con la nebbia notturna all’alba dissolta
in scuri giudici d’un processo sommario.

Fu lasciato in catalessi, sepolto nel getto
di terra a coprire il prolasso ventre dilatato
con la testa e i piedi alle bestie lasciati
a sancire la pietosa ultima sorte. Liberi
tutti lo abbandonarono finché alla sera
una falce di luna dondolante dalla terra
lo sollevò fin sopra il colle per scomparire
dall’altra parte . A Quarrata, di Cocomero
nessuno ricorda il nome, né l’ultima ventura .

(La visita turistica)
Ora che la guerra sembra morta, abbandonati
i campi di battaglia, distanti e labili i nomi
di luoghi e di compagni, restano chiodi arrugginiti
le paure, piccoli Golgota le colline dintorno
mentre storie macinano i vecchi mulini diroccati
con l’acqua dall’alta sorgente, gioiosa e operosa
e l’asta d’una freccia nel cuore dipinto trafitta.
Da turista ti racconto gli assedi, le invasioni
e i grandi condottieri, di strenue resistenze
nella città murata accerchiata dalla guerra,
m’invento tracotante e gigante, accecato e sordo
alla fiera che negli occhi rifulge, spacca e scuote
rigurgita spirito e fiamme come fuoco sotto cenere.
Siamo padri e figli della guerra combattuta
con la falce che l’erba sotto i piedi taglia
il ferro forgiato per umani strumenti, disintegrati
da mode, languide cartoline, abbracci democratici
ostaggi di un’aristocratica divinità che tiranna
il cielo addosso scodella dopo avere raccolto
i morbosi resti di un’indifferenziata vita ai margini
di strada.

                    E il tempo ti doppia alla partenza.

Nota
In quel tempo, l’esercito tedesco invasore era in ritirata sul Montalbano. Da alcune sparse postazioni controllava la valle dell’Arno. Il comando stava a Santa Lucia a Paterno (comune di Vinci), nella casa padronale dei Banci, a poche decine di metri dalla chiesa di don Quirino Giani, prete artista (pittore e scultore) e da Anchiano, casa natale di Leonardo.
Il 27 luglio 1944 una mano ignota sparò sulla motocarrozzetta condotta da due soldati tedeschi che usciva al mezzodì in perlustrazione dei dintorni. I militari, rimasti illesi, si spaventarono. Abbandonarono il mezzo e decisero di separarsi, di tornare al comando per strade diverse. Quando uno dei due si avventurò nel bosco nei pressi di Tribbio di Rio, dalla parte di Vinci, s ’innervosì per gli strani rumori. Incominciò a sparare all’impazzata, uccidendo tre persone, sfollate dalla pianura, lì nascoste e sorprese. Poteva essere un massacro, se la mitraglietta non s’inceppava. Raggiunto il comando, raccontata la sparatoria, i commilitoni iniziarono il rastrellamento della popolazione per rappresaglia. Vennero portati via dalle case e dai campi oltre quaranta persone e a mmassate al muro della chiesa per dare luogo ad un’immediata esecuzione. Quando tutto sembrava irrimediabilmente risolto, predisposto per il plotone, giunse la notizia che l’altro soldato tedesco era rientrato alla base, sano e salvo. Gli ostaggi non furono liberati immediatamente. Vennero portati a Vinci e rinchiusi nelle stalle dei Brogi. La mattina seguente il comandante tedesco mise in scena uno strano, quanto sommario, processo nei confronti di un personaggio, trovato in possesso di un’arma, di cui nessuna lapide e testimone ricorda il nome. Divenne il capro espiatorio per gli assassini e le vittime.