LUIGI BRASILI
Nell’eterno divenire

È come un grattare tra rocce e terra il tuo primo, timido, vagito, quando
l’utero antico ti espelle lasciandoti crescere in compagnia delle moltitudini
che grazie a te sono cresciute e crescono tuttora attraverso voci e mani e
bocche, e ti accompagnano lungo un cammino che, sempre uguale, è sempre
diverso, quel cammino intorno al quale il sole nasce e muore mentre accende
e spegne luna e stelle, e gli animali corrono e nuotano e spiccano voli in
mezzo ai tuoi sussurri e alle tue grida, e in quei sussurri e grida tutto accade,
e tutto tace, tra ricordi e sogni e sangue, e risa, tumulti e anche canzoni,
storie, emozioni, lacrime, chiacchiere da bar, come quando fuori piove, e
piove e piove, e allora ti fai grande e grosso, non importa se tu vorresti
startene tranquillo, rimanere in silenzio senza disturbare, e invece devi urlare
la tua rabbia e non c’è nessuno, dio o mortale, che possa riuscire a farti
ragionare, no non c’è alcun modo di impedire al cinghiale di grugnire o al
cenerino di volare, si può soltanto attendere che passi, panta rei diceva
Quello, e intanto sperare che il cielo la smetta di piangere e trascinare nel
pianto chi rimane laggiù vicino a te e finalmente poter godere semplicemente
del tuo solito apparire, per trascorrere del tempo magari a passeggiare o le
terre gravide accudire, o anche solamente guardare le prore delle barche
beccheggiare… allora, sì, allora tu guardi in silenzio o borbottando le esche
ammaliatrici in attesa dei tuoi figli pinnati, osservi di sfuggita processioni
rumorose di metallo sulle strade, ti stendi e ti rilassi laddove la natura si
nasconde timorosa e lascia il posto a ponti piazze e monumenti che insieme a
te raccontano la Storia, e le storie: ed ecco salire alla memoria giorni e
personaggi, di epoche lontane e d’altre assai vicine, ma sempre chiaro e forte
risuona in mente e cuore un momento ch’è felice, un istante leggendario, un
attimo di gloria oppure un lungo strappo di dolore, e qui la voce dell’anziano
o la pagina di un libro riporta ciò che deve, di date in cui si spegne il tuo
sorriso e il tuo volto una maschera dipinge, sì, si tinge di un colore che non è
quello cristallino con cui nasci, e voce e carta riportano all’unisono un
lamento novembrino dove il pianto è duro mentre ratto si rapprende in fango
e giungono così altri lamenti d’un maggio tre tre tre che annega un dio
guerriero e lascia in rovina un ponte ch’era vecchio ma dona però in cambio
un altro pure Vecchio, lui solo, e in tutto tre, lasciati a dimorare dagli anni di
bombe ed esplosioni che divorano nazioni, prima però, e anche adesso, e
domani, labbra e pagine fanno sì che il tempo scende e sale in un corso che
non è soltanto distruzione, anzi è un liquido vitale di cultura e d’invenzione e
infatti proprio qui, nel quieto navigare, nel mezzo del cammino della vita, di
Qualcuno e d’Altri, molti, si snodano percorsi di linfa immortale, e se
dall’Averno si dipartono oscuri gironi là fuori le cupole s’innalzano e mani
straordinarie modellano candida pietra, e sulla pietra ingegno e arte
sopraffina dipingono gesta, mito, divino, leggenda, e intanto i cerchi salgono,
s’inarcano le volte fin quando ovunque è luce, nei cieli e in questo cielo, e
uomini, nazioni, s’inchinano al cospetto di cotante dimensioni tra sindromi
estasiate che colgono soltanto ciò ch’è bello, ove ai Canti s’assommano
canzoni, allegre e tristi, ove salgono le note di duchi e cavalieri, trovatori,
diavoli e persino faraoni, o voci di chi è libero spirito o ancora di chi è fuori,
e tu mentre ascolti e culli nuovo e antico t’appelli ai tuoi fratelli e loro,
d’ombra o d’ambra, con tutti gli altri si uniscono al tuo incedere e con loro
continui a camminare, accarezzare opere d’arte che pendono dal cielo,
miracoli d’umano, e poi te ne allontani e ti stendi soddisfatto fino a cogliere
l’abbraccio che davvero sa di sale nel quale ti abbandoni mentre, un po’ più
indietro, continui a sussurrare, a nascere e crescere, nell’eterno divenire…